“La sabbia era gialla, ma sempre gialla allo stesso modo” . Siamo davanti al nulla. “Un nulla che non finisce mai”. Ci sono dei serpenti. E c’è un deserto da attraversare. C’è un animale che non dà tante opportunità di descrizione: è lineare, ha solo gli occhi, non ha zampe. Sono della stesa misura, fanno tutti (o quasi) la stessa ombra, non hanno un colore. Niente per distinguersi fisicamente. Solo un numero progressivo. E poi c’è un ambiente, quello in cui il serpente si muove, fatto di sabbia e di orizzonti. Infine  il nulla.

Uno scenario difficile da descrivere: è questa la sfida che si è posto Luca Nardini nello scrivere la sua ultima fatica letteraria, la sesta della sua produzione. Si chiama Serpenti,è edito da Italic Pequod e sarà presentato ufficialmente sabato 2 dicembre, alle ore 18 alla Libreria Rinascita di via Ridolfi a Empoli. Un tragitto, quello che compiono i serpenti, fatto anche di incontri e di conoscenza, degli altri e dell’io. Ogni serpente, alla fine, è una tipologia di persona. Ogni evento può essere una lezione di vita e quindi di filosofia, col fine di raccontare che forse ci siamo allontanati troppo dall’essenziale. Tanto che l’unica cosa che differenzia questi animali è proprio quel che dicono, i loro pensieri, le loro opinioni. Un esercizio di stile ma anche una profonda riflessione sulla nostra contemporaneità: quei serpenti tutti uguali, alla fine sono soprattutto parola e pensiero, emozioni e relazioni.

Nardini, perché ha scelto proprio i serpenti come protagonisti del suo libro?

Per le loro caratteristiche. Ho voluto affrontare un tipo di scrittura che mi costringe a lavorare più togliendo, che aggiungendo. Tutto è ridotto all’essenziale. La mancanza di appigli per le descrizioni, data dalla natura stessa del serpente e del deserto dove ho ambientato il racconto, mi offrono questa possibilità. Se lo immagina come è difficile rendere espressivo un serpente? Questo è il tentativo: fare con poco…

Un esercizio di stile. Ma i serpenti sono animali che comunque compiono delle azioni nel suo racconto.

Si trovano ad attraversare questo nulla che è il deserto, hanno l’esigenza di resistere a questo e si trovano ad inventare delle cose. Intorno non hanno niente, incontrano una linea, una rotatoria. Quindi diventa importante il dialogo: giocano, scherzano, si raccontano cose serie sulle fondamenta dell’esistenza.

Questo la rende una fiaba filosofica: qual è il messaggio che i serpenti lasciano al lettore?

Oggi viviamo un mondo che ci invade con le cose, con gli oggetti. Io invece racconto le relazioni. Alla fine  i serpenti sono gli uomini. Ho voluto raccontare un ritorno all’essenziale della vita. A certe cose che si sono dimenticate. E la miglior cosa era cimentarsi in questo nulla, per far vedere che certe relazioni di amicizia, a volte anche di contrasto, fanno la vita vera.

I serpenti sono diversi tra loro: ricalcano gli uomini…

No, sono uguali, almeno esteriormente. Ma per quello che si raccontano piano piano acquistano una fisionomia. Si differenziano per quello che dicono, per quello che raccontano. C’è un serpente che si definisce filosofo, c’è l’aspirante poeta, uno che è allievo del filosofo e uno che è più concreto. Diverse tipologie ai quali ci si può rapportare o, in alcune fasi della vita, ricalchiamo l’uno o l’altro. Nella storia ci sono altri protagonisti, uno ad esempio è la chiave di tutto il racconto…

 

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