I tessuti sono fatti di trame: fili intrecciati come relazioni umane. Quanti significati può avere un filo: con un nodo può diventare legame. Ci porta indietro, facendoci vivere sul filo dei ricordi. O, talvolta, di emozioni. Come quelle che Caterina Fiore, 64 anni, pensionata – nata a Brienza, in Basilicata, ma  da sempre ha vissuto nella provincia torinese, a Chieri dove abita – che esprime con la sua arte, la Fiber Art: opere che nascono dall’utilizzo di materiali come stoffe, fili e altro. “Un’arte – dice la protagonista – che si realizza senza l’uso di pennelli, di inchiostri o matite”.

Caterina Fiore , oltre a realizzare opere con stoffe e fili, è anche l’animatrice della scena culturale della Fiber art nel Torinese, in Piemonte e non solo.

Si definisce emigrante suo malgrado. Anche se, della sua terra di origine, conosce poco. Forse è anche per questo che metaforicamente, con le sue opere, cerca di “annodare” i fili alle radici.

Perché si ritiene emigrante “forzata”?

Avevo otto anni, quando i miei familiari hanno lasciato la Basilicata per trasferirsi in Piemonte. Papà era di Brienza, dove sono nata io, la mamma di Rionero Era la fine degli anni Sessanta quando mio padre decise di trasferirsi in provincia di Torino, dove già c’erano altri nostri parenti. Un anno dopo anche io, i miei fratelli e mia madre lo abbiamo raggiunto.

Quando ha scoperto di avere una ispirazione artistica?

Una passione per l’arte l’ho sempre avuta dentro. Mi è sempre piaciuta. E avrei voluto fare il liceo artistico, ma non l’ho fatto. Abito a Chieri che dista 20 chilometri da Torino. Non è distante, ma alla fine degli anni Sessanta spostarsi non era semplice come oggi. A maggior ragione per una ragazzina. Quando dissi ai miei genitori che avrei voluto iscrivermi al liceo artistico, mi dissero subito che non volevano mandarmi a Torino, per chissà quali pericoli: dovevo prendere un pullman, poi il tram. Non si fidavano, nonostante i miei parenti da parte materna abitassero a Torino da molti anni, in centro, in via Po. Anche io, abitando in provincia, non ero molto avvezza. Alla fine mi sono fatta convincere e ho scelto ragioneria. A Chieri non c’era molta scelta e poi era un indirizzo che dava un lavoro sicuro. Mi sono diplomata a luglio, a ottobre già lavoravo. E’ stato il mio primo e unico impiego. Sono arrivata direttamente alla pensione con un unico luogo di lavoro: oggi è impensabile. Me l’hanno sottolineato anche al patronato al quale mi sono rivolta per le pratiche della pensione.

Torniamo all’arte, come l’ha coltivata?

Ho rinunciato agli studi artistici, ma di tanto in tanto disegnavo. Ho sempre avuto una buona manualità. Da poco ho ritrovato dei vecchi disegni e mi sono detta: “Però, ero bravina”. Una passione che ho sempre mantenuta viva ma mai messa a frutto: facevo artigianalmente i biglietti di auguri; mia madre era sarta, finché ha lavorato io mi disegnavo i vestiti, una specie di stilista casalinga. Quando poi ho messo su famiglia, gli impegni mi hanno allontanato definitivamente da queste passioni. Avevo smesso anche di frequentare le mostre, alle quali mi piaceva molto andare. Poi, invece, più di dieci anni fa sono rimasta sola;:mio figlio è cresciuto si è fatta la sua vita, è andato via per lavoro da Torino, io mi sono separata. Ho acquistato del tempo e mi sono riappropriata delle mie passioni.

Perché l’arte tessile?

Era una cosa sconosciuta da noi. Sta vivendo solo di recente un po’ di diffusione. A  Chieri, alla fine degli Anni Novanta fino agli anni Duemila hanno organizzato delle Biennali di arte tessile e sono arrivati artisti da ogni parte del mondo.  Mi ha incuriosito vedere che si poteva fare arte senza usare pennelli, matite, inchiostri… Mi ha affascinato perché oltre alla verve artistica bisogna avere anche una certa manualità. E io l’avevo. Occorre fare attenzione, però, perché il filo tra l’arte e l’artigianato è sottilissimo. A volte le due cose coincidono.

C’è un messaggio che vuole lanciare con le sue opere?

Certo. Pur non avendo la formazione scolastica, mi sono sempre interessata all’aspetto artistico. Negli ultimi venti anni ho cercato, con le visite alle mostre, di farmi una cultura. Intanto a me piace molto lavorare di riciclo, dare una nuova vita a cose che altrimenti sarebbero buttate via. Su queste costruisco la mia opera, utilizzando stoffe, tessuti che hanno usato altri,  fili. La Fiber Art è un’arte un po’ inconsueta che adopera materiale e tecniche della tessitura, del cucito e della maglia, sia con i materiali propri ma anche altro, come carta ferro, legno.

Quali sono le soddisfazioni più grandi che le ha dato questa sua passione?

Chieri aveva organizzato le Biennali. Ne ha fatte quattro. Poi, per mancanza di soldi e per il cambio degli amministratori, l’iniziativa non è stata portata avanti. Io insieme a un paio di altre persone ho fondato un gruppo che si chiama TraLicci, ci siamo associati all’Unione artisti che c’è in città, portando una tipologia d’arte diversa da quella tradizionale. Abbiamo organizzato un evento all’anno con le nostre uniche forze, anche per dimostrare che si potevano continuare a fare delle cose senza spendere soldi. Le prime mostre ci sono costate  non più di 300/400 euro per il rinfresco, le locandine e gli inviti. Noi ci siamo inventati tutto questo nel 2014, con un evento che si chiamava  “Eccentriche trame”. Fu una scommessa, fatta da me e da una mia collega: “proviamo a divulgare questo sul web, sui social”, ci siamo dette. Quattro anni fa il web era meno frequentato di oggi. Abbiamo cominciato, invitando le persone a contattarci. Per un mesetto non successe niente. Eravamo quasi depresse. Demoralizzate. Poi, invece, oltre venti artisti, da ogni parte d’Italia, si sono messi in contatto con noi aderendo naturalmente all’iniziativa: da Napoli, dalla Sardegna, Sicilia, Marche e in gran parte dal Nord Italia. E’ stato molto bello. Hanno avuto fiducia, senza conoscerci. C’erano anche artisti che facevano mostre importanti. Questo ha portato l’amministrazione a riprendere in modo ridotto questa iniziativa: succede a maggio, con un mese intero, tanti eventi, piccole personali, dedicate alla Fiber Art. Forse è anche un po’ merito nostro se l’amministrazione comunale ha deciso di rilanciare la Fiber Art, dedicando il concorso Under 35 “Young fiber contest Maria Luisa Sponga”, artista di grande prestigio nazionale e anche internazionale, scomparsa tre anni fa. In contemporanea a questo evento c’è la mostra di TraLicci che organizziamo autonomamente. Invitiamo gli artisti, altri si propongono:sono così tante le richieste che dobbiamo rifiutare qualche invito.

Cosa c’è delle sue origini nelle cose che fa?

Dieci anni fa sono entrata a far parte dell’associazione amici della Lucania a Chieri, nella quale oggi ricopro il ruolo di vice presidente per riappropriarmi delle mie origini, di una terra che conosco poco. Con l’associazione, gni anno, da ben diciotto edizioni, organizziamo il “Premio scolastico Basilicata”, con presentazioni di scrittori e un mini cineforum su argomenti e tradizioni che riguardano la nostra regione. Condividiamo tutto questo con la città che ci ospita. Con l’Associazione di Chivasso faremo un tour della Basilicata a maggio, per conoscere altri luoghi, rispetto al paese dove sono nata e quello di origine di mia madre. Sono la vicepresidente, mi sono riallacciata alle mie origini. A Chieri, dove vive una cospicua comunità di tolvesi, è stato fatto un gemellaggio con Tolve. Mi prodigo per portare in Piemonte le cose della nostra terra. Di recente abbiamo ospitato Le Officine lucane di Cirillo E’ stato un concerto bellissimo.

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