La fotografia come passione ma anche strumento per esplorare la società. Per un sociologo di professione le immagini possono diventare un mezzo per raccontare, da dietro una macchina fotografica, il mondo che lo circonda con le sue contraddizioni, le sue diversità, la sua popolazione “invisibile” o discriminata.

Marco Tancredi, 32 anni, potentino di nascita, ma che per molti anni ha vissuto a Napoli, è tutto questo: sociologo e amante degli scatti. Un “fotografo sociale”. “Sono soprattutto sociologo – dice di se stesso – La fotografia la utilizzo per mettere a fuoco le problematiche sociali di cui mi occupo nella quotidianità: minori a rischio, questioni legati alla comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, trans, nrd) ma anche la paesaggistica. Mi piace legare i paesaggi alla foto”.

Perché ha scelto come linguaggio comunicativo la fotografia?

Non penso di averla scelta io. Probabilmente sono stato scelto dalla fotografia. Non ho la pretesa di pensare di essere un fotografo. Sento alcune cose e riesco a portarle fuori con le foto. E’ come mettere a nudo davanti agli altri il proprio pensiero.

Il percorso professionale di sociologo influisce in quello che esprime con le fotografie?

In modo determinante. Tutto quel che faccio dipende dal mio percorso di studio e dalle esperienze lavorative fatte, sempre legate alla sociologia. Lavoro nel sociale da quando avevo 19 anni occupandomi di ragazzi con difficoltà a scuola. E poi ho lavorato, facendo esperienze forti di lavoro, in una cooperativa sociale di Napoli che mi ha portato in strada a lavorare. Mi sono occupato dei vari aspetti della prostituzione: quella maschile, femminile, minorile e soprattutto delle persone trans sulle quali ho scritto anche una tesi magistrale. Da qui si è aperto un mondo ed è da qui che è nato anche il mio primo progetto fotografico che adesso è diventato internazionale. Ho effettuate diverse mostre ed ho avuto anche molti riconoscimenti. Anche all’estero.

In questo momento quali sono i progetti nei quali è impegnato?

Sono impegnato nella promozione di due progetti: uno sulla paesaggistica e uno sul reportage. Quest’ultimo si chiama Human (P)Rights ed è un progetto di sensibilizzazione verso la comunità Lgbt, un acronimo che indica le persone lesbiche e trans. E’ un progetto che non impone una verità sulla questione, ma ne descrive la realtà dando informazioni e stimoli alla riflessione per capire una comunità della quale si parla pur non conoscendone le questioni. A Potenza è stata inserita in un cartellone di eventi prima del pride del 2017. E’ servita molto per far capire alla gente alcune cose, a cominciare dalla terminologia. E’ servita a informare. Molti non sanno e il giudizio lo danno in base a quello che sentono, spesso sono inesattezze.

E il progetto sulla paesaggistica?

E’ in mostra. Si chiama “La Potenza della luce”. Sono 24 scorci della città. A dicembre scorso sono state esposte nel foyer del Teatro Stabile. E la mostra è stata vista in un mese da oltre diecimila persone, anche grazie agli eventi organizzati dal teatro. Ora è allestita all’interno delle scale mobili, all’uscita degli ascensori di via del Popolo e in piazza XVIII agosto. Ho voluto mostrare ai cittadini di Potenza una città differente. Sono cresciuto con una considerazione non proprio positiva della mia città.

In quel che fa c’è un filo conduttore: la diversità. Cos’è per lei?

Niente e tutto. Facciamo sempre pesare questa diversità quando poi nessuno può dirsi uguale a qualcun altro. Per me è positiva, con la diversità si può creare qualcosa di diverso, che esce dall’uguale e ripetitivo.

Questo è ciò che esprime con i suo scatti?

Almeno ci provo.

Da quattro anni vive a Potenza, ma ne aveva 19 quand’ha deciso di andare a Napoli. Il soggiorno e le esperienze napoletane influiscono nella scelta dei temi ?

Napoli è la città dell’accoglienza. Questo significa molte cose: uno è che Napoli accoglie tutti. Per un sociologo Napoli è un laboratorio che offre un infinito materiale di studio. E questo ha influito in modo determinante in me. Mi ha permesso di uscire da un contesto piccolo come Potenza. Oggi non è più così, ma quando sono andato via dalla mia cittadina, non eravamo abituati a confrontarci con cose differenti. Napoli questo lo impone: lo puoi evitare o lo puoi approfondire. Napoli ti impone la diversità, Potenza te la nasconde. E io, con il mio ritorno a casa, sto cercando di portarla fuori di farla emergere. Ci sono tante realtà intorno a noi e spesso non le vediamo. La diversità che ci piaccia o no ci sta intorno a noi e dobbiamo cercare di costruire qualcosa che ci includa tutti quanti.

Le radici lucane, in tutto questo, che ruolo giocano?

A 19 anni non vedevo l’ora di scappare via da Potenza. Quando sono andato fuori ho iniziato a confrontarmi con realtà diverse ho conosciuto gente, pensavo che il mio futuro fosse altrove, anche all’estero. Poi ho visto le cose in maniera differente: ogni ritorno a casa mi dava l’occasione di vedere la città in maniera diversa. Alla fine avvertivo il mio andar fuori come una imposizione, una costrizione, un dovere. Questo non mi è più andato bene. Da lì ho iniziato a provare a rimanere in questa terra per costruire qualcosa e per evitare che altri come me dovessero andar via per forza. Questa terra è meravigliosa e non è giusto che in molti la debbono lasciare. Ritagliarsi uno spazio in un posto piccolo è difficile. Occorre fare delle rinunce, spero di non pentirmene.

Si vive di sociologia?

A Potenza no. Non si vive di sociologia. Quando iniziai il percorso di studio i miei insegnanti ci dissero subito: “di sociologia non si vive”.Questo perché ancora non si sa bene cosa sia la sociologia. Quando i miei professori mi incontrano però mi rincuorano. Mi dicono: “Marco tu sei un sociologo… hai capito bene cos’è la sociologia”. Proprio perché i miei bagagli di studio li porto nel quotidiano. La sociologia è dappertutto. Dobbiamo lottare per far vedere che esiste un posto per essa.

GLI APPROFONDIMENTI: I VIDEO

La Potenza della Luce

Human (P)Rights

 

 

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