Tutto comincia davanti a un camino. Un focolare, come lo chiamiamo noi, acceso nelle sere di inverno: un bambino che ascolta le storie che i nonni hanno ricevuto in dono dai loro padri. Storie di personaggi che si fatica a capire se sono reali. Che fanno ridere e che fanno paura. Ma, soprattutto, fanno sognare. Accendono la fantasia. E aprono orizzonti: nasce così la passione per la scrittura di Donato Montesano, 27 anni, di Tricarico. Quelle fantasie cullate in braccio ai nonni lo portano dritto dritto al premio Campiello. La sua opera prima “I grandi scrittori non mangiano” (Eretica edizioni) è uno dei libri candidati al premio letterario nazionale tra i più importanti d’Italia.

 E’ una raccolta di racconti, che vanta la prefazione di Antonio Infantino, musicista, antropologo, anche lui di Tricarico, purtroppo scomparso di recente. E una copertina artistica, realizzata da Danijel Zezelj, considerato uno dei più grandi artisti al mondo. Racconti che affondano le radici in quei “fatti” che ogni bambino del Sud ha conosciuto dai vecchi del paese. E che strizzano l’occhio, nella scrittura scelta da Montesano, alla letteratura americana. Per dirla con Guccini, tra la via Appia e il… west.

La candidatura di Montesano al premio Campiello (i cui finalisti verranno resi noti a giugno e i vincitori saranno premiati a ottobre durante una cerimonia) è arrivata solo pochi giorni fa.

Se lo aspettava?

No. E’ stata una notizia abbastanza inaspettata. E’ il mio primo libro e non è che mi conoscono in tanti.

Però le critiche degli esperti sono eccellenti:è un libro di spessore. Sono racconti?

E’ una raccolta di racconti.

Come nasce la sua passione per la scrittura?

Da piccolo. Ascoltavo le storie dai miei nonni. Mi piaceva dormire da loro per ascoltare queste storie, che avevano sentito dai loro genitori. Le fiabe e le leggende hanno cominciato a far volare la mia fantasia. Ho iniziato a scrivere da piccolo. Anche nei temi di italiano a scuola mettevo questi fatti. Poi mi sono appassionato alla letteratura americana. E questa mi ha fatto scattare la voglia di scrivere. Gli americani hanno un modo di scrivere particolare, diverso da quello degli scrittori italiani che studiavamo  a scuola. Alcuni nostri autori, letti nll’età scolastica, risultano pesanti.

E gli americani?

Scoprendo loro è stato uno choc. Ho pensato: allora i libri di narrativa non sono solo quelli pesanti. Ci si può anche divertire leggendo.

Antonio Infantino, antropologo e musicista scomparso recentemente legge il libro di Montesano

Chi è il suo preferito?

John Fante:  è ironia fatta  narrativa. Mi divertivo. Avevo voglia di emularlo. Le prime esperienze nascono per emulare i propri miti. E così ho iniziato a scrivere. L’ho fatto per me fino a che un giorno ho deciso di partecipare a un concorso. Volevo capire se quello che stavo scrivendo avesse un valore letterario.Volevo confrontarmi con una giuria di esperti.

Com’è andata?

Sono arrivato tra i primi tre. E quello è stato uno stimolo a continuare. Il secondo lo vinsi. E decisi di scrivere di più e partecipare a d altri concorsi.

Al libro come c’è arrivato?

Avevo tutte queste storie scritte per i concorsi, volevo pubblicare un libro. Era il mio sogno:  lo scorso anno lo proposi a più editori, un po’ come fanno tutti. Ho ricevuto diverse proposte, ho scelto Eretica edizioni che, una casa editrice giovane e vicina anche territorialmente. Mi hanno proposto un contratto: mi è piaciuto il loro modo di vedere la pubblicazione di un libro, dietro c’era un progetto, che oggi sta dando i suoi frutti. Non è facile investire su un debuttante, uno sconosciuto di  27 anni.

Quanto territorio c’è nelle cose che scrive?

Molto. Perché tutto è nato dalle storie raccontate dai miei nonni, dove il territorio era protagonista insieme ai personaggi. Anche gli altri racconti hanno un forte legame col territorio. Parlo di cose che ho visto e vissuto, anche se poi le ho romanzate. Parlo dei miei luoghi. La prima storia è  ambientata proprio a Tricarico: una passeggiata tra il luoghi del paese, con una narrazione tra ironico, onirico e le leggende del posto.

Cosa fa nella vita?

Lavoro in uno studio di architettura il Rabatanalab. Un laboratorio multidisciplinare. Mi occupo di abbinare l’architettura a varie arti. La abbiniamo alla musica, la ricerchiamo nella letteratura, nel cinema.

E questo a cosa è finalizzato?

Facciamo ricerca  e i nostri studi poi diventano progetti e installazioni sperimentali. Diventano mostre. Lo scorso anno abbiamo fatto una mostra a Matera in cui l’architettura era abbinata alla fotografia e al fumetto. E’ stata un grande evento. Abbiamo contattato i nostri fumettisti e artisti preferiti. E’ stata una scommessa, vinta: hanno accettato tutti, ed erano i artisti di livello internazionali, come Filippo Scòzzari, Tanino Liberatore che fondarono Cannibale e Frigidaire insieme ad Andrea Pazienza. Ed è proprio nell’ambito di questa mostra che è nata la collaborazione con un “mostro sacro” come Danijel Zezelj, l’autore della copertina del mio libro.

Il suo libro è stato presentato ufficialmente a Roma: quali altri eventi ha in progetto?

Tra pochi giorni a Potenza, il 26 maggio. Poi a giugno a Torino, a Venezia e a Pavia, ma ancora non ho le date precise. E poi in molti paesi della Basilicata.

Sta già pensando alla sua seconda opera?

Sì, sarà un thriller, una storia vera, parlerà di un rapinatore lucano. Mi sto cimentando in questo nuovo esperimento.

 

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