A leggere la lista degli artisti che il 16 giugno saliranno sul palco di piazza Duomo a Milano, per il concerto di Radio Italia, vengono i brividi. A vedere il proprio nome al fianco di star come Biagio Antonacci e Mika, può far tremare i polsi. E’ quel che pensa Gianni Basilio, 25 anni, di Oppido Lucano che, su quel palco porterà la sua “Cartagine”, un brano che fa parte del suo progetto da solista e che a fine mese diventerà anche un videoclip, realizzato in collaborazione con la Ozne production, in parte girato a Milano e in parte nella sua terra, la Basilicata.  “Ho scelto come location l’anfiteatro di Grumento”, racconta. Non solo. L’otto giugno su tutte le piattaforme digitali sarà disponibile il suo nuovo disco. Si chiama “Cartagine” e contiene, oltre al brano che dà il titolo al lavoro, altre tre canzoni: Le nostre notti, Bar, Tu che guardi in faccia il mare.

 Chi lo conosce bene oltre a tesserne le qualità professionali, avverte: “Non fatevi ingannare dalla musica che fa e dalla sua voce. Gianni è un rocker buono. Ha l’aria da duro ma il cuore morbido”. E le mette entrambe nelle cose che fa: “Sei stata il mio expo, il nostro grande show, poi il nulla cosmico fuori e dentro.. Come Cartagine nella voragine, la città nuova e le rovine.. Anni di storia al vento, distrutti in un secondo”, racconta nella sua “Cartagine”. E’ il pensiero che sta anche alla base della musica che fa, la poetica del suo lavoro: il suo pop-rock, con le chitarre che prepotenti ritornano protagoniste, con quel sound che arriva dal passato e che lui ha rimodernato, con quei testi che raccontano l’amore ma anche i limiti della società che stiamo vivendo. Per Gianni Basilio Cartagine anche una speranza: la resurrezione, dopo la catastrofe.

Come è arrivato sul palco di piazza Duomo?

Con un voto popolare. E’ la gente che mi ha portato su questo grande palco che è quello dell’evento di radio Italia. Ho partecipato a un contest della Firestone in collaborazione con Radio Italia: il Road to the main stage. All’inizio sono stati selezionati dieci artisti che sono stati votati dal pubblico sul web: siamo passati in due. Io e un gruppo di Segrate, i “Poco di buono”. Dal 28 maggio al 28 giugno sul sito del contest (www.roadtothemainstage.com) si riapre il voto del contest che decreterà tra me e il gruppo milanese il vincitore. che avrà l’accesso al’Home festival di Treviso, un palco molto importante.

Come nasce musicista?

La musica è sempre stata presente nella mia vita. A sette anni ho iniziato a studiare il sax contralto nella banda del paese. Poi grazie al maestro Rocco Imperatore ho imparato  la teoria musicale. Da adolescente è arrivata la chitarra. A tredici anni, appena ho cominciato a strimpellarla, ho capito che quello era il mio vero amore. Un anno dopo ho scritto anche la mia prima canzone. E quando non suonavo, ascoltavo musica. Nell’auto di mio padre  ascoltavo le sue cassette: c’erano Rino Gaetano, Zucchero, Vasco Rossi, Michele Zarrillo, Venditti. I cantautori italiani, insomma.

E il rock quando l’ha catturato?

Gianni Basilio in una foto di Angelo De Luca

Subito dopo. Il tempo di scoprire  i Pink Floyd, i Guns N’Roses, i Pearl Jam: mi hanno fatto capire qual era la mia strada. E poi Bruce Springsteen. Per me è un mito, un esempio, un modello.

Nelle sue canzoni si ispira al Boss?

No, il mio genere è talmente diverso dal suo. Ma per me è un modello come artista e come uomo. Lo ritengo un “rocker buono”, come qualcuno definisce anche me. Per me la figura del rocker non deve avere una connotazione negativa, non dev’essere il frutto di una vita ai margini, al limite. Questo mestiere in maniera professionale non lo si può fare sfasciandosi ogni giorno.

Insomma, i panni del cantante maledetto proprio non le piacciono?

I rocker che sono sopravvissuti o sono dei miracolati o sono caricature per mitizzare il concetto del rock. Non ci si può distruggere e poi salire su un palco. Io, ad esempio, non bevo mai prima di esibirmi, mi alleno fisicamente, studio canto. Cerco di dare un’immagine pulita del rock, non quella stereotipata che ci arriva dagli anni Settanta.

Suona anche in un gruppo?

Si con gli Arteria. Ma adesso, per seguire il progetto personale, ci siamo fermati. Da solo ho cercato di modernizzare il sound , di introdurre l’elettronica nelle canzoni. Con gli Arteria il suono è stile band da garage, da cantina, come accade con tutti i gruppi. Insieme abbiamo fatto un Ep, quattro brani e un videoclip.

Qual è il suo progetto da solista?

Intanto alla fine di maggio uscirà il videoclip di Cartagine, il pezzo che mi sta portando fortuna. E’ un rock-pop che strizza molto l’occhio agli anni Novanta e che sto cercando di interpretare in maniera attuale, con un sound più vicino ai giorni nostri. I temi sono quelli dell’amore raccontata in maniera semplice, quotidiana. Ma affronto anche i problemi della società. Cartagine critica una società frenetica, competitiva, che non lascia spazio neppure a se stessi… Una frenesia che si ripercuote sulla sfera degli affetti, della serenità. Nei miei brani ho fatto risorgere le chitarre elettriche. La mia speranza è che nel giro di un paio di anni si torni a questo genere, questo tipo di pop-rock. Ma il rock solitamente emerge quando la società è al tracollo, al collasso… Quando si arriva al fondo di certe situazioni. Se c’è bisogno di ricostruire allora il rock emerge, prende campo perché aiuta a dire le cose come stanno. E’ accaduto così anche negli anni Novanta con gente come i Litfiba.

E’ difficile fare musica al sud?

E’ semplice se ti limiti a esibirti. Ci sono locali, anche se pochi, ma ci sono. Se vuoi far diventare questo un mestiere, è impossibile:  mancano le etichette, manca un’industria. Ma soprattutto mancano i numeri. Il mio paese ha quattromila abitanti, anche se  c’è un grande fermento culturale: c’è chi scrive libri, abbiamo una importante cineteca, ci sono artisti di ogni genere. Io sono molto legato a Oppido e alla sua gente, che ringrazio per i loro affetto. Lì ci sono le mie radici. Ma sono legato anche a  Bologna, la città dove ho studiato: qui ho tanti amici,  la sento un po’ come una  mia seconda casa…

 

 

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