-“Cioè, Egidia, adesso salta fuori che non sei calabrese: saresti lucana”

– “Sì maestro, della Basilicata”

– “Basilicata…”

– “Sì maestro, tra la Puglia, la Campania e la Calabria”

– “Ah sì è vero che c’è qualcosa lì in mezzo”

– “Eh sì maestro, c’è la Basilicata”

– “Ma se tu sei della Basilicata, com’è che sei lucana. Cioè, Lombardia-lombardo; Puglia-pugliese; Campania-campanese”

– “Campano, maestro, campano. Vedi maestro, la Basilicata è piccola, anche se poi è più grande del Molise, dell’Umbria e pure della Valle d’Aosta”

– “Andavi bene in geografia”

– “Sai maestro, noi lucani siamo bravissimi in geografia, perché siccome nessuno sa dove ci troviamo allora noi abbiamo imparato dove sono tutti gli altri”.

 

E’ uno stralcio del “Dialogo tra la lucana e il milanese”. Quest’ultimo è Enzo Jannacci. L’altra, la lucana, è Egidia Bruno, attrice, scrittrice, autrice teatrale e regista, nata a Latronico ma prima bolognese e poi lombarda d’adozione. Una laurea al Dams, un diploma alla scuola di teatro Galante Garrone, una lunga serie di riconoscimenti ottenuti per il suo lavoro e partecipazioni televisive (Pippo Chennedy show) e al cinema, con Michele Placido.

Egidia Bruno in compagnia di Enzo Jannacci (primo da sinistra)

Nel suo percorso professionale c’è un sodalizio artistico con Enzo Jannacci, che diventa subito una solida amicizia e che oggi è anche un omaggio che Egidia Bruno tributa, dalle tavole del palcoscenico, al suo Maestro, con lo spettacolo “No, tu no”; c’è un premio “Massimo Troisi”, per la scrittura comica del suo racconto “La mascula” che diventa anche uno spettacolo; c’è la sua terra d’origine, la Basilicata, prima, al debutto con “Volevo andare in America e invece so’ finita in India”, poi con “Cunti di casa”. E infine la questione meridionale, con lo spettacolo W l’Italia.it, che vince il premio Teresa Pomodoro (nella giuria anche Luca Ronconi) e poi diventa un libro. Nelle scorse settimane ha portato in scena il monologo “Mille anni: l’inizio”, tratto dal romanzo “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia.

Tutto è cominciato da Latronico: come nasce attrice Egidia Bruno?

A Latronico ho frequentato le medie sperimentali, c’erano tante attività libere di pomeriggio. Scoprii lì il teatro. A scuola mi dicevano tutti: sei proprio brava. Da allora non ho mai smesso. Ho avuto dei genitori che non mi hanno mai impedito di farlo. Certe volte li ho pure rimproverati per questo. Tanti miei colleghi dicono che i loro genitori glielo proibivano. A me non è accaduto.

Quando ha deciso che questo doveva essere il suo mestiere?

Quando ho finito il liceo ho fatto delle scelte di coerenza, mirate a questa professione.

La scelta di Bologna è una tappa di questo percorso?

Sì ho frequentato il Dams, perché come si dice dalle nostre parti, una laurea è sempre meglio averla. Ho finito gli esami in tempo record ma prima ancora di esporre la tesi sono andata a fare il provino per la scuola di teatro.

Così addio tesi?

No, l’ho fatta dopo essermi diplomata alla scuola di teatro. Avevo promesso a mio padre che mi sarei laureata. Come vede le ho anche tentate tutte per dissuadermi dal fare questo mestiere…

Quand’è che ha capito che questo era proprio il suo mestiere?

Non saprei dirlo. Ero una bambina timida da piccola, come spesso succede a chi fa questo mestiere. Col teatro ho trovato una forma di auto terapia per venir fuori da questa timidezza che, non esagero, era prossima all’autismo. Ero chiusa. Il teatro mi ha aiutata a far venir fuori un mio patrimonio nascosto, le espressioni che ognuno di noi ha. Non mi ha aiutato a sconfiggere la timidezza, perché lo sono ancora, timida e riservata. Però la terapia è finita, se la cura è seguita con impegno e serietà, fa effetto. Così a un certo punto mi sono detta: perché voglio continuare a fare questo mestiere?

E che risposta si è data?

A un certo punto sono diventata autrice delle cose che portavo in scena. Sentivo di avere delle cose da dire. Mi interessava dirle. Così ho avuto pure questa pretesa: scrivere le cose che facevo. Tanti colleghi amano solo il fatto di esibirsi. Per me non è così pronunciata com’era all’inizio del mio percorso artistico. Vado in scena quando ho cose da dire interessanti per me. Poi ho anche la pretesa che siano interessanti per il pubblico. Fino a oggi ho visto che è così.

Dopo Bologna è passata a Milano

E’ stato naturale. O Roma o  Milano. A Bologna stavo bene, è una città che ricordo con piacere. All’epoca era a misura d’uomo. Ma, sul fronte del lavoro, non offriva tanto. Mi sono spostata a Milano perché le prime occasioni di lavoro sono arrivate da lì. I primi tempi facevo la spola tra Bologna e Milano. Ho capito presto che così non funzionava e che avrei dovuto mettere su casa a Milano.

E a quel punto c’è stato l’incontro con Enzo Jannacci.

Egidia Bruno

Non subito. Ma a un certo punto ho scoperto che avevo casa dove lui aveva lo studio medico. Anche quando ho traslocato, casualmente mi sono trovata a vivere nel suo quartiere. Andavo a piedi a casa sua. E’ stato un incontro importante, significativo. Confesso, non ero una sua fan, non lo avevo mai seguito prima. Quando l’ho incontrato capivo che mi trovavo davanti a un pezzo di storia dello spettacolo, ma non ne ero consapevole fino in fondo. Questo mi ha aiutata a essere spontanea nei suoi confronti. Noi lucani ci mettiamo subito in soggezione davanti a persone importanti. Se avessi conosciuto Gaber, che seguivo e conoscevo artisticamente, forse mi sarebbe successa questa cosa. Con Jannacci ha funzionato la spontaneità sia nel rapporto professionale che in quello personale.

Un’amicizia che lascia il segno: a teatro porta in scena “No, tu no” che è un omaggio all’artista.

Si lo sto portando in giro: è una chiacchierata con lui, come facevamo quand’era in vita. Parliamo di tutto. Chiaramente dove lui non mi può rispondere canto le sue canzoni. Ho scelto 14 pezzi tra i meno noti del suo repertorio. Sono significativi, mi sono piaciuti, li ho scelti da una produzione  vastissima: Jannacci ha scritto circa 500 pezzi.

In questi giorni è in giro con “Mille anni: l’inizio”.

SI, abbiamo fatto da poco due repliche in Basilicata. Recito nel ruolo di interprete. Mariolina Venezia, la scrittrice autrice di “Mille anni che sto qui” da cui è tratto il monologo intende portare in scena tutte le capostipiti femminili di questa saga familiare al centro del suo romanzo. Io sono Carmela, la prima di tutte le generazioni che si succederanno.

E’ un lavoro che gira intorno a una figura femminile: al suo inizio c’è stata”La Mascula”.

No, prima avevo fatto altri monologhi. Il primissimo era Io volevo andare In America e invece so’ finita in India. Un monologo che ho scritto con Paolo Piferi, autore di Paolo Rossi per tanti anni. Era molto divertente perché parlavo della Basilicata assimilandola all’India. E’ stato un viaggio che avevo realmente fatto. Io volevo andare in America, la mia amica del Nord in India. E io assimilavo la Basilicata all’India e dicevo che non ho ragione di andare in India, a vedere la povertà perché c’è pure nella mia regione. Sono più motivata dove si sta meglio… Poi c’è stata “Non sopporto le rose blu” scritta con una mia collaboratrice, Belotti: c’erano personaggi femminili diversi del nord e del sud.

E poi è arrivata la Mascula.

E’ tratta da un mio racconto fortunatissimo, pubblicato da Colonnese che ha vinto il premio Troisi. Nell’ambito del festival a Napoli mi dissero: se lo fai diventare un monologo te lo produciamo, però trova una regia importante”.

E come andò?

Ero perplessa: le cose me le faccio e me le dirigo. ma loro insistevano. Avevo conosciuto Jannacci da poco. Pensai che mi avrebbe detto di no, ma intanto ci provai. Andai a casa sua e gli portai il libro. Gli dissi: Maestro, qua c’è questo mio racconto, leggitelo, se ti piace a Napoli ce lo producono se tu mi fai la regia. Se non ti piace, non se ne fa niente.

E quale fu la risposta?

Me ne tornai a casa. Dopo neppure mezz’ora mi chiamò. Il racconto era breve, appena una sessantina di pagine. Gli era piaciuto, mi disse: Egidia va bene, facciamola. Chiamai subito Napoli: ho il regista, è Jannacci”.

E loro?

Risposero che era fantastico. Così andai a Napoli a mettere a punto la produzione, capirne i termini. Ma non c’erano più soldi. Sono tornata da Jannacci e gli ho detto: non ci sono soldi, non so che dirti, mi dispiace averti importunato.

Come reagì?

Mi rispose con una frase che da allora mi porto addosso come un marchio: “Pensavi che  ti facessi la regia per soldi? Quando cominciamo?”

Così è stato lui il regista di La Mascula?

Ed è stato ogni giorno in teatro con me per le prove. In tanti mi hanno pensato: ti avrà firmato la regia senza farsi vedere. No, è stato tutti i giorni a teatro con me e ha seguito anche le prime repliche dopo il debutto. Mi diceva che avevo talento, che uno come lui che era stato aiutato da Dario Fo aveva il dovere di aiutare chi se lo meritava e io rientravo in questo novero di persone. Per me è stato veramente molto importante.

Quali altri lavori porta in palcoscenico?

Giro con “Cunti di casa”, che ha debuttato nell’anno dell’Expo: è prodotta dal parco del Pollino. Una narrazione sul cibo, su come si preparava la passata di pomodoro quand’eravamo ragazzini. Lo faccio anche in spazi non teatrali. In scena faccio la pasta di casa e mentre lavoro parlo, racconto come si facevano “le bottiglie” come diciamo noi, la conserva. Poi ho scritto e recito W l’italia.it che narra l’Unità d’Italia come non l’hanno scritta i libri di storia. Non è uno spettacolo neoborbonico, intendiamoci. Ma mette in ordine tutta una serie di cause e di storie vere: il brigantaggio, lo smantellamento industriale. E’ uno spettacolo che ha anche vinto dei premi, il testo è stato pubblicato da Rubettino.

Che rapporto ha con la Basilicata?

Contraddittorio, come tutti quelli che sono andati via. Sento forti le mie radici. Quando torno, sono contenta di scoprire le cose belle. Ad esempio ho scoperto di recente che a Oppido Lucano c’è un museo del cinema importante. Neanche a Los aAngeles hanno il materiale che c’è lì. Però poi fa arrabbiare il fatto che non sappiamo raccontare al mondo le cose belle che abbiamo o che facciamo.

Pensate, ci sono custodite 450mila locandine: per catalogarle ci vogliono 20 anni e 20 persone.

Cosa la fa arrabbiare di più?

E’ sempre esistito il problema di capire chi fossero i lucani. Ora si sa più o meno dov’è la regione. Dov’è collocata. Questo grazie a Matera nominata capitale europea della cultura. Quando conosci nuove persone non ti chiedono più dov’è la Lucania. Ma ti chiedono se sei di Matera. La nostra è una bella regione. Ha tante cose. Ma ha uno spopolamento incredibile, mancano le risorse umane per far succedere delle cose. In questo momento si sta vendendo una immagine che non combacia con quello che la regione è realmente: finiti i clamori di Matera capitale, spenti i riflettori ci sarà da capire come andare avanti.

La foto di Egidia Bruno in scena (nella pagina in alto) è stata scattata da Vincenzo Vecchione

LASCIA UNA RISPOSTA

Per favore inserisci il commento
Per favore inserisci l tuo nome