Antonio, Peppino e il cane Barone: dipinto da Carlo Levi durante il suo confino ad Aliano il quadro è di proprietà di Vincenzo Ferrara ed è attualmente esposto nella Galleria di Palazzo Pitti a Firenze

“Adesso ti riporto a casa”. A pensarci adesso, sembra strano anche a lui che quella frase l’avesse rivolta, nel chiuso di un’auto, a un quadro.  Era un dipinto di Carlo Levi, “Antonio, Peppino e il cane Barone” che oggi si trova esposta agli Uffizi (nella galleria di Palazzo Pitti) a Firenze. Ci resterà fino a metà agosto, insieme ad altre opere  dello scrittore e artista torinese, per una mini mostra inaugurata in concomitanza con la giornata della Memoria.

Quella frase l’aveva pronunciata, pochi anni fa, Vincenzo Ferrara, pittore, gallerista, collezionista e mercante d’arte, di Sant’Arcangelo, in provincia di Potenza. Ed è diventata una filosofia di vita, per lui. Non solo Levi: il suo obiettivo, portato avanti negli anni, è quello di riportare in Basilicata le opere dei suoi figli artisti più prestigiosi. Una passione, quella dell’arte esplosa fin da bambino. Complice un fratello più grande che lo portava nei musei, a visitare le gallerie e le mostre. E poi l’incontro, a Torino, dov’era emigrato negli anni Settanta, con Francesco Esposito, l’uomo che convinse Carlo Levi a raccontare il suo “Cristo s’è fermato a Eboli” attraverso preziose litografie. “Ho un fratello che ha sei anni più di me – racconta Ferrara – . Aveva deciso da ragazzino di fare il pittore, l’artista. Ebbe un incidente che lo costrinse a stare in ospedale un po’ di mesi. Le suore gli diedero da leggere riviste d’arte. Si innamorò. Nel 1969 ci trasferimmo a Torino, avevo nove anni, lui frequentava il liceo artistico e poi un laboratorio di artisti: in casa c’erano sempre tele e colori, si andava alle mostre, in Galleria, nei musei”.

E’ cominciata così?

Io volevo fare il cuoco, ma andavo sempre a visitare mostre e musei, così anche non volendo, la passione è cresciuta.

Poi c’è stato l’incontro importante…

Frequentavo l’associazione dei lucani a Torino e, a quindici anni incontrai un editore di San Costantino Albanese, Francesco Esposito Aveva una stamperia  d’arte dove si stampavano a mano, con torchi a stella del Settecento, le opere di grandi artisti come Guttuso, Sassu, Attardi: faceva cose molto belle, artigianali. Mi chiese se volevo andare a imparare quel mestiere. Accettai. La sera frequentavo un corso da ragioniere. Ma dopo poco lasciai e andai al liceo artistico, sempre serale. Quella alla stamperia fu una esperienza bellissima, perché il lavoro era di qualità, poi si frequentavano gli artisti, venivano Guttuso, Sassu, tanti altri. Era un mondo particolare.

E a un certo punto ha deciso di tentare la strada da solo…

Nel 1981con mio fratello aprimmo una corniceria e mini-galleria. L’abbiamo tenuta 3 o 4 anni. Poi lui si sposò se ne andò in Sicilia, io sempre per amore mi trasferii in Friuli. Qui trovai lavoro in una stamperia d’arte a Villa Manin, a Passariano, vicino Codroipo: ci sono stato quasi quattro anni. Nella stamperia facevamo grafiche sperimentali e litografie e poi c’era la galleria d’arte. Mi prendevo un giorno libero a settimana per frequentare i corsi di grafica nella scuola internazionale a Venezia, per approfondire le tecniche di  grafica e di incisione. L’ho frequentata per 5 anni: tutti i corsi, ci insegnavano artisti da tutto il mondo. Si faceva ricerca, sperimentazione. Come insegnante avevo Riccardo Licata, Emilio Vedova: insieme a lui ho fatto anche una matrice. C’era Enzo Di Martino, un critico d’arte molto importante, curava i cataloghi di Mimmo Paladino.

Ed è a quel punto che ha fatto dell’arte il suo mestiere?

Nel 2001 sono tornato a Torino: lì mi sono dedicato di più alla pittura. Avevo una casa grande, la utilizzavo per dipingere: facevo tele, tavolette, piccole miniature per una galleria d’arte. Nel 2007 sono rientrato in Basilicata: una scelta dettata da motivi familiari. Ho immediatamente deciso di aprire una galleria, un laboratorio di grafica. Avevo un po’ di pessimismo, invece è andata alla grande, il mercato era vergine, la competenza con cui sono arrivato era forte. E adesso sto cercando di aprire a Matera una galleria e una piccola casa d’aste.

Quando è avvenuto l’incontro con l’arte di Carlo Levi?

Il primo è avvenuto a Torino: proprio nella prima stamperia in cui ero andato a imparare il mestiere. Francesco Esposito aveva fatto la cartella di Cristo s’è fermato a Eboli, c’erano le pietre originali attaccate alle pareti. Levi l’ho incontrato negli anni Settanta in alcune occasioni, durante eventi ai quali partecipava. Di quella cartella di litografie realizzammo una seconda edizione, postuma. Fu data al parco Letterario di Aliano. Quando sono rientrato i Basilicata ho immediatamente preso contatto con i responsabili del Parco Letterario. Vivo a Sant’Arcangelo: Aliano è proprio di fronte. Ho curato gli allestimenti dei musei. C’è stato un contatto continuo. Così ho cominciato a cercare dipinti e litografie. Pochi anni fa ho avuto l’occasione di entrare in contatto con il dipinto che oggi è agli Uffizi, ho fatto di tutto per averlo. Sono andato a prenderlo a Roma: lo misi in macchina. E  fu allora che dissi: ora ti riporto a casa.

Com’è arrivato agli Uffizi?

Lo ha voluto il direttore del museo fiorentino, Eike Schmidt. E’ venuto in viaggio ad Aliano e nei luoghi di Levi. Ha incontrato la moglie e la figlia di uno dei due ragazzini che sono dipinti nella tela di Carlo Levi. Vivono ad Aliano, hanno un ristorante. Schmidt ha parlato con loro. Poi quando ha visto l’opera ha chiesto di poterla esporre agli uffizi.

Com’è fare l’operatore di arte al Sud?

E’ un mondo un po’ particolare, ci sono le distanze, le difficoltà di spostamento e di collegamento. Però c’è una certa percentuale di mercato e di gente che ha sensibilità e acquista arte, opere di un certo livello. Ci sono molti collezionisti. E’ un mercato che, secondo me, è da ampliare: mancano ancora figure professionali di livello alto. In Puglia e Basilicata ci sono poche gallerie importanti.

Quali sono i pezzi a cui si sente più affezionato?

Tratto un po’ quasi tutti i migliori artisti della Basilicata, viventi e no. Ad esempio Luigi Guerricchio. Una decina di anni fa ebbi la fortuna di conoscere un collezionista toscano, di Certaldo, aveva molte sue opere  perché era un ex gallerista di Firenze che aveva ospitato molte mostre dell’artista lucano. Nel tempo le ho acquistate quasi tutte. Ho riportato molte opere di Guerricchio in Basilicata. Che poi ho venduto, ovviamente. Poi c’è Italo Squitieri, amico di Hemingway, allievo di Mario Sironi, viveva a Cortina, ma era di Potenza. Pochi mesi fa ho acquistato un suo bellissimo pezzo. A Matera fu fatta una mostra pochi anni fa: la sua opera andrebbe riunita. Molte si trovano in Trentino.

C’è un emergente su cui tenere gli occhi e l’interesse puntati?

Ce ne sono almeno tre o quattro interessanti. Il problema è farli uscire dal territorio e farli conoscere a livello nazionale. Abbiamo ritmi più lenti rispetto agli altri. Ma è anche più faticoso, per noi. Alcuni di questi io li ho mostrati alla Fiera di Padova, con successo. Due meriterebbero più spazio: Salvatore Comminiello di Potenza, Salvatore Sebaste, leccese ma vive in Basilicata da oltre cinquant’anni, è lucano di adozione. Poi Donato Linzalata, più conosciuto come scultore, e poi altri sei o sette da tenere in considerazione: Felice Lo Visco, Andrea La Casa. Nella lista ci metterei anche le mie opere…

Riportare a casa le opere dei lucani sparse per il mondo: ne ha fatto una missione. Non solo Levi, anche Ortega.

Ho recuperato molte opere di José Ortega. Ha vissuto, come Levi in Basilicata. E’ spagnolo, amico di Pablo Picasso, fidanzato con la figlia di Picasso: ha lasciato una casa museo a Matera e una a Bosco frazione di San Giovanni a Piro, nel golfo di Policastro. Ho circa 150 opere grafiche di Ortega, cartelle complete, venti grafiche del 1969 completa, Segadores; sto mettendo insieme quella dedicata a Durer: sono sessanta xilografie e acqueforti. L’opera di Ortega deve molto a Matera: quando arrivò qui negli anni Settanta, entrò in contatto con la tecnica della cartapesta. A Matera c’è una tradizione legata alla festa della Bruna. Lui l’ha modificata a suo uso e comodità, facendo le opere più belle, sulla strage degli innocenti, contro il franchismo… La sua forza era nel segno e nella colorazione. E i colori se li faceva da soli.

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