• Mi piacerebbe raccontare, in un’intervista, la sua attività”.
  • “Quale?!?”.

La conversazione con Tiziana D’Oppido comincia così. Definirla è un’impresa: è scrittrice, traduttrice, autrice di teatro, organizzatrice di eventi culturali, giudice in concorsi letterari, ricercatrice nel settore delle nuove tecnologie applicate alle traduzioni. Insomma, per dirla con un termine moderno, è multitasking. Ma, soprattutto, è l’autrice del libro “Il narratore di verità” (LiberAria Edizioni), un romanzo uscito da pochi mesi che sta raccogliendo consensi dalla critica e successo dai lettori. Al punto che Tiziana sta girando l’Italia per presentarlo, presto lo porterà anche in Europa, e l’edizione ha già avuto diverse ristampe.

Tiziana D’Oppido è lucana. Di Matera. Ma si sente anche un po’ triestina e un po’ romana, le città dove vive. Ha studiato all’École d’Interprètes Internationaux di Mons-Hainaut, in Belgio e poi alla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste. È stata una delle prime ricercatrici italiane di tecnologia Cat; collabora con case editrici e con Festival letterari; è ideatrice e organizzatrice di eventi culturali. “In questo momento – racconta – sto portando avanti in contemporanea vari impegni, primo fra tutti la traduzione di romanzi altrui: lavoro molto coi romanzi degli altri, soprattutto autori americani. Ma collaboro anche con autori italiani. E sono alle prese con le bozze del mio nuovo romanzo e con la stesura di copioni teatrali. Da poco mi occupo di teatro civile, teatro di narrazione. E sto pure preparando un corso di scrittura creativa che terrò a settembre”.

E poi ci sono le collaborazioni…

Collaboro da anni con festival ed eventi culturali, come il Women’s Fiction Festival a Matera, giunto alla quattordicesima edizione. Sono nel direttivo e mi occupo in particolare della Borsa del Libro, oltre a fare da relatrice e interprete per gli eventi letterari: in questa edizione dovrò farlo per due scrittrici, la giappo-canadese, Lynne Kutsukake, e l’inglese Jane Corry. Fra gli altri, collaboro anche con Energheia, Premio letterario incentrato sui racconti, arrivato alla sua ventiquattresima edizione, e col Premio letterario “Il Borgo italiano” di Irsina, un centro della provincia di Matera molto vivace culturalmente. E belle novità bollono in pentola per il 2019.

Giudica gli aspiranti scrittori: è passata dall’altra parte della barricata…

Le racconto un aneddoto. Quattro o cinque anni fa avevo inviato anche io un mio racconto a Energheia. Ho pure vinto uno dei premi, non ricordo se il secondo o il terzo posto. Quando mi sono iscritta, ho pensato: siccome questo premio lo danno a Matera, se inserisco come mia città di provenienza proprio Matera, potrei essere penalizzata o avvantaggiata dai giudici che valuteranno la mia opera. Così decisi di scrivere che ero originaria di Salerno. Credo che ancora oggi, sul sito del Premio, sia segnalata la mia provenienza salernitana. Quando salii sul palco per ritirare la targa, raccontai questo aneddoto. Ricordo che tra i giurati c’erano Carlo Freccero e Lella Costa, presentava Giorgia Würth: morirono tutti dal ridere. Ora che sono giudice nei concorsi letterari mi rendo conto che la provenienza non incide. Contano i contenuti.

A proposito di premi: lo spessore culturale delle iniziative in Basilicata è molto cresciuto negli ultimi anni.

Da qualche anno, grazie al volano di Matera Capitale Europea della Cultura, le proposte culturali sono molto aumentate. C’è fermento culturale, letterario ma anche musicale, cinematografico, pittorico, fumettistico. Le idee nuove sono tantissime. Non tutte legate ad autoctoni ma anche a persone che si sono trasferite qui appositamente per ragioni artistiche e culturali. Matera è piena di non-materani, provenienti da altre regioni d’Italia e anche dall’estero, molti dei quali artisti e gente di cultura. A Irsina si sono trasferite intere comunità svedesi, olandesi, statunitensi, australiane, neozelandesi. Maori. Gente che ha deciso di trasferirsi dopo un’intera vita passata nelle metropoli e che, dopo essere entrata in contatto con la Basilicata, ha deciso di fermarsi qui, innamorata della bellezza dei luoghi, della natura, dei cibi, delle persone, dei ritmi di vita più vicini a quelli del nostro corpo. Lontani dallo stress e vicini, ogni volta che lo si vuole, al resto del mondo. L’aeroporto di Bari è a un passo, dista da Matera una cinquantina di minuti, minuti che sono destinati a scendere ulteriormente con l’apertura della nuova statale in costruzione.

Torniamo a lei: da Matera parte come traduttrice…

Mi sono laureata a Trieste. Quello delle traduzioni è un lavoro che porto avanti da sempre. Ho tradotto infiniti testi tecnici, ma anche letterari. All’inizio saggi, anche per editori importanti, poi soprattutto romanzi. Devo dire che è un mestiere che, in Italia, non è pagato bene. All’estero va meglio, i traduttori percepiscono anche diritti d’autore, come è giusto che sia. Daniel Pennac, consapevole della situazione italiana e sensibile alla problematica, credo passi lui stesso una percentuale dei diritti d’autore alla sua traduttrice italiana Yasmina Melaouah.

Dalla traduzione alla scrittura il passo è stato breve?

Spulciando gli scaffali di casa mia ho trovato dei quaderni che da bambina avevo strutturato come romanzi completi, scritti a mano, con tanto di copertina, di titolo, di biografia, di blurb e di prezzo. Le dirò, con un sorriso, che rileggendoli devo ammettere che non sono neppure tanto male. La lunghezza dei miei temi a scuola, scritti in più lingue, era proverbiale. La necessità di raccontare cose mie, quindi, l’ho sempre avuta. Credo che alla base di tutto ci sia la mia passione per la lettura: leggo di tutto. Romanzi, racconti, saggi, sceneggiature teatrali e cinematografiche, testi musicali. Ma, per dire, anche istruzioni per l’uso, manuali tecnici. Ho sempre avuto voglia di narrare, anche a voce. Negli anni è emersa la voglia di lasciare una traccia scritta delle persone e delle storie in cui mi sono imbattuta: storie che ho sentito o che ho vissuto sia direttamente che indirettamente. Ritengo che gli scrittori siano casse di risonanza di storie altrui. Ripetitori di vita. Un mezzo, un filtro: metabolizzano storie, persone, situazioni, tic, parlate, modi di vestire delle persone. Io sono spinta da una grande curiosità, osservo molto. Taccio, ascolto e osservo. E poi avverto l’impulso di mettere per iscritto quel che ho recepito, perché rimanga qualcosa. È quasi un’esigenza. Mi piace parlare degli altri, di quel che vedo, delle loro storie, delle persone. Chissà quante storie meravigliose si sono dissolte nel tempo. Senza una trascrizione c’è il rischio di perderle e vanno salvate: nel mio piccolo cerco di assolvere a questo compito.

Le piacciono le storie degli altri…

Sì. Sono quelle che racconto anche nel “Narratore di verità”. I personaggi del romanzo sono nati da esperienze e da persone che ho conosciuto, che ho incontrato. Personaggi metabolizzati, a volte in modo evidente, altre un po’ meno. A volte inconsapevole, finché non ti ci portano a pensarci. Quando mi è stato chiesto chi mi ha ispirato il parroco della storia, ad esempio: facendo mente locale mi sono accorta che condensava in sé le caratteristiche fisiche e caratteriali di due preti realmente conosciuti, la parlata di un certo attore, le idiosincrasie di un conoscente, i tic dell’ex capo di un’azienda presso cui ho lavorato. E avanti così.

Nel suo libro “Il narratore di verità” che ruolo hanno le radici?

L’ispirazione per la storia ufficiale è quella della tragedia ambientale dell’ACNA, enorme fabbrica che si è sviluppata in Val Bormida, a Cengio in provincia di Savona, da fine Ottocento per oltre un secolo. Volevo rilanciare questa vicenda che molti non conoscono. Mi ci sono imbattuta in un periodo in cui traducevo relazioni tecniche per le regioni Piemonte e Alvernia-Rodano-Alpi. È una tragedia che si ripete sempre. E ovunque. La Val Bormida come la Valle del Sacco, Porto Marghera, l’Ilva di Taranto. Pensiamo alla Basilicata, alla Val d’Agri, alla vicenda del petrolio. A volte sono tragedie annunciate. La memoria storica è sempre corta in questi casi. Il romanzo parla anche di contaminazione alimentare, di cui ho competenza: c’è molta fantasia nel testo, ma non c’è niente di inventato. Le mie storie si muovono sempre dentro cornici scientifiche rigorose. La fantasia, l’ironia sono per me un mezzo per denunciare. Sono felice che molti miei lettori l’abbiano capito. L’altro giorno mi ha scritto, attraverso il mio sito web, una lettrice dicendomi che aveva colto, fra le righe, la denuncia politica del libro. Mi ha anche scritto, riferendosi a un episodio del romanzo: “Ma quel paese è Ferrandina?”. Sono stata felice che se ne sia accorta. Attraverso la scrittura mando input e messaggi che volutamente non sono evidenti. Ho concepito questa storia a strati: chi vuole può leggerla con la leggerezza di una fiaba, come una storia che comincia e finisce in sé. Ma è anche satira sociale, denuncia ambientale, politica e così via. È giusto che il lettore ne colga i significati a seconda del gusto, delle esperienze e delle conoscenze personali. Il libro è pieno di rilanci e riferimenti. Spesso faccio l’occhiolino al lettore. Do un’imbeccata.

Legge molto: c’è qualche autore che la ispira più di altri?

Qualche mese fa ho tenuto una lezione alla Facoltà di Intermediazione linguistica di Padova sulle influenze linguistiche, letterarie e traduttive presenti nel mio romanzo. Nel preparare la lezione mi sono resa conto che i riferimenti erano tantissimi. Oltre una cinquantina. Leggo tanto e tutto. Ma è soprattutto la musica ad avermi ispirato in questo caso. C’è tantissimo David Bowie, che ho omaggiato fin dall’inizio. Poi i Pink Floyd, Fabrizio De André: nella scena del nubifragio, ad esempio, mi sono ispirata a Dolcenera. Alcuni autori sono stati proprio citati nel romanzo: Rino Gaetano, Caparezza, Capossela, Amy Winehouse, ad esempio. Una delle chiavi di lettura del “Narratore di verità” è musicale. Tutto il romanzo si svolge in estate. Il ritmo me l’ha dato l’Estate di Vivaldi. Le Quattro stagioni sono un “componimento a programma”: accanto alla musica c’è un sonetto che descrive in parole quel che avviene in quella stagione. Sono quattro sonetti in tutto, uno per stagione. Si dice che li abbia scritti proprio Vivaldi. Lo svolgimento meteorologico del mio romanzo va in parallelo con quello dell’Estate di Vivaldi. Omaggi ad altre arti sono, ad esempio, quello a Eugène Ionesco. L’ho omaggiato con la madre del protagonista che fa il mimo calvo, prendendo spunto dalla sua Cantatrice chauve. L’albatro del romanzo rimanda a Coleridge, la logica del puzzle a Omero, Perec e Woolf, il rigattiere a Shakespeare. Ma c’è anche l’influenza del cinema, da Chaplin ai fratelli Marx, da Ferreri a Bergman. E a Stanley Kubrik: a un certo punto la moglie del sindaco corre al balcone con un solo occhio truccato, assomigliando così a un drugo; e il protagonista, in un passaggio importante della sua vita, getta in aria una barretta di Mars e fischietta Also sprach Zarathustra. E molto altro ancora. Sono molto sensibile alle altri arti. Vengo spesso colpita dalla sindrome di Stendhal.

“Il narratore di verità” racconta di un personaggio, Lucio Blumenthal, che svolge un lavoro inusuale: gira il mondo e aiuta le persone a confessare quello che non sono mai riuscite a dire agli altri. Farebbe comodo nel mondo di oggi?

Tantissimo. Viviamo nell’epoca della post-verità e delle fake news. I fatti non valgono più, impera il pensiero debole, la verità relativa. Se ad affermare qualcosa è il leader, o il capo – parola più in linea con la realtà politica che stiamo vivendo –  dev’essere vero.  La verità, invece, è spesso complessa e richiede studio delle fonti per essere approfondita, fatica e tempo per essere compresa e metabolizzata. Presuppone che si sia istruiti, che ci si informi, che si comprenda, che si sia dotati di senso critico e capacità di discernimento. Solo dopo aver seguito questo processo, eventualmente, l’utente dovrebbe parlare e divulgare notizie con cognizione di causa. Ma chi ha tempo e voglia di studiare e approfondire prima di cliccare “condividi” sui social? È una corsa a chi posta per primo, a chi sorprende, quindi l’informazione condivisa dev’essere semplice, sintetica e spettacolare. Il successo è decretato dal numero di like e follower, non dalla veridicità della notizia. È un processo avvilente, difficilmente contrastabile e pericolosissimo.

Nel romanzo c’è un personaggio che torna alle sue origini e uno che non ha il coraggio di allontanarsene. Cos’è, per lei, il viaggio? 

Tutto. Dovremmo viaggiare tutti. Viaggiare apre la mente, è un antidoto contro le discriminazioni, la violenza, il pensare diverso. Fa bene a tutti: agli altri per gli stimoli e le contaminazioni ricevute, e a se stessi perché permette di conoscere aspetti di sé difficili da scoprire se si vive sempre nello stesso contesto e con le stesse dinamiche. Spesso i razzisti, coloro che sono contro le minoranze, hanno viaggiato o letto poco. Queste due cose dovrebbero essere obbligatorie: leggere e viaggiare. Sono azioni salvavita per se stessi e per la società.

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