Non è solo una questione di radici. Ma di amore. Riccardo Ceratti, professione cantautore, la Basilicata l’ha conosciuta così: per amore. Sua moglie Nina di Stasi gli ha fatto conoscere la sua terra, il suo paese, Genzano di Lucania, le sue origini. E l’amore è scoppiato. “Tanto che adesso sto organizzando un bel viaggio per attraversarla in bicicletta”, racconta Riccardo. “Mia moglie quella terra ce l’ha nel cuore, io ho imparato a conoscerla attraverso i suo racconti, le emozioni che ha saputo tramandarmi. E’ la figlia del sarto del paese. Suo padre, fino agli anni Settanta aveva un laboratorio di sartoria proprio nel corso principale del paese. Un punto di riferimento per una comunità, come il prete, il medico e il farmacista, il sarto ricopre quasi un ruolo sociale. Così ho imparato ad amare la sua terra che offre tanti spunti letterari, li ho approfonditi e adesso ho deciso di conoscerla più da vicino”.

Riccardo Ceratti è un musicista. Un pianista. Uno spirito libero, come si autodefinisce: nato nel 1963 in Lombardia, per la passione del pentagramma lascia un lavoro da operaio e percorre la strada della musica. Nelle cose che scrive racconta le cose che vive, le cose in cui crede. Dal suo stile di vita “controcorrente” (non ha televisione, non ha automobile, viaggia pedalando con la sua bicicletta che, la prossima estate lo porterà ad esplorare i territori della Basilicata), al suo modo di interpretare la vita quotidiana e i grandi temi, ai suoi rapporti d’amicizia con poeti e scrittori contemporanei.

Il successo lo tocca con mano nel 1993. A 29 anni firma un contratto discografico con la casa discografica “Dischi Ricordi”: insieme ad Angelo Ceriani e Fabio De March, scrive e pubblica un album depositato nella discoteca di Stato-Ministero dei beni sonori e delle attività culturali. Un brano è cantato da Tony Dallara. Collabora con gente come Bruno Malasoma e Ezio De Rosa che hanno fatto la storia della musica leggera Italiana. Collabora con diversi artisti della scena pop nazionale e scrive canzoni per le Edizioni musicali Mursia, Fado (Fabrizio e Dori) e “Il gruppetto”.Nel 2012 scrive “L’urlo”, brano arrangiato ed interpretato da Alvaro Fella, fondatore dello storico gruppo rock progressivo”Jumbo”.Nel 2013 scrive una canzone ispirata a don Lorenzo Milani, Lorenzo. Ha grande successo sul web e da questo brano Riccardo Ceratti trae l’idea del primo musical dedicato al Priore di Barbiana.

I temi impegnati sono sempre presenti nelle sue composizioni.

Si è vero. Cerco di raccontare temi sociali. Ad esempio il problema delle nuove emigrazioni, con un brano che si intitola “Ho 20 anni”. O con “Paziente 37” racconto la strage di Bologna. Quel numero, il 37, era il numero della linea degli autobus che furono impiegati per trasportare le salme e i feriti dalla stazione di Bologna, appena devastata dalla bomba del 2 agosto 1980 agli ospedali e all’obitorio. Un brano che ho scritto insieme all’avvocato e giurista Santi Moschella.

La musica come elemento sociale.

Certo. Sulla strage di Bologna, in collaborazione con l’associazione dei parenti delle vittime, ci piacerebbe – adesso che il processo è riaperto – fare qualcosa in comune. Quel testo è stato scelto da un sito specializzato sulle canzoni contro la guerra. Insieme a canzoni di Lolli, De André e Guccini. Ha la stessa valenza anche “Veri amici”, scritta ancora con Moschella e dedicata ai giudici Falcone e Borsellino.

Torniamo alla sua storia. Come nasce musicista

Tutto comincia davanti alla vetrina di un negozio: c’era esposto un pianoforte. Ero piccolo, avevo sei anni: ho cominciato a piangere perché lo avrei voluto. La mia era una famiglia di operai. I miei genitori avevano già tracciato, nella loro testa, il mio futuro: o avrei frequentato l’istituto per diventare ragioniere o sarei finito a lavorare in fabbrica. Ho iniziato a lavorare a 14 anni e, grazie a quel lavoro mi sono permesso le lezioni di musica. Imparavo da privatista. I miei maestri erano gli insegnanti del conservatorio. Così mi sono  diplomato al Conservatorio Statale di Novara.

La strada della musica sembra segnata.

«A 29 anni avevo aperto uno studio di registrazione, avevo firmato un contratto con una casa discografica. Avemmo anche la possibilità di arrivare alla Rai. Ma i temi delle mie canzoni furono ritenute scomode, soprattutto per la politica. Fummo scartati: avevo già un secondo disco pronto, ma fu messo da parte, accantonato.»

Così svanisce il sogno di quel ragazzino che piange davanti alla vetrina per avere il pianoforte.

«Rimasi troppo scottato. Tornai da dove ero arrivato: a lavorare in fabbrica

E quando ha deciso di riprendere in mano la musica?

Dopo i 50 anni. Nel 2012 ho scritto “L’Urlo”, un brano arrangiato e interpretato da Alvaro Fella, fondatore del gruppo progressista degli anni Settanta, i “Jumbo”. L’anno dopo, in una notte d’agosto, ho avuto un’ispirazione dopo aver letto “Lettere a una professoressa” di Don Milani. Scrissi una canzone ispirata a lui. Da questa è nata l’idea del musical, il primo dedicato al prete di Barbiana.

E adesso quali sono i suoi progetti?

Sto portando in giro, in un mini tour, il lavoro “Complici Muse”: io, il mio pianoforte, la mia voce e quattro musicisti. E’ un progetto nato insieme a Santi Moschella, con i quali abbiamo affrontato temi differenti: in “Tu credi al paradiso” mi confronto con mia moglie sulla religione. Poi emigrazione, giustizia. L’idea nasce dal voler fondere la letteratura, nel caso specifico pezzi a tema tratti da alcuni romanzi di Santi Moschella, con il supporto melodico della forma canzone.

Il ricorso a temi letterari è una costante nei suoi componimenti.

Ad esempio con “La piccola fiammiferaia” faccio un tributo al mio scrittore di fiabe preferito, Andersen. In una serata alla Piccola Fenice, proprio dedicata ad Hans Christian Andersen ho eseguito aluni brani, tra i quali anche “Una fiaba di Hans” dedicata alla piccola fiammiferaia. Con me c’era Silvio Raffo che ha illustrato in contemporanea la biografia di Andersen ed ha letto stralci delle sue straordinarie fiabe. Raffo, con il suo libro “La voce della pietra”, è stato finalista al premio Strega.

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