Immaginiamo che, a un tratto, dalla nostra quotidianità scompaiano alcune parole. Di quelle che utilizziamo d’abitudine. E che, all’improvviso, non esistano più. Quel che ci può accadere, come conseguenza, è che saremo costretti a cambiare abitudini, a modificare il nostro modo di essere. Perfino il nostro pensiero. Se questo accade con il dialetto, che in molti casi è stato – per ognuno di noi – il primo contatto, senza mediazioni, con odori, sapori e sentimenti, il risultato è ancora più grave, perché in quelle parole che non usiamo più, ci sono storie, piccole o grandi, ci sono pensieri e ci sono persone. Quel che Pino Rovitto racconta nel suo ultimo libro “Le parole scomparse”, è tutto questo. Per lo scrittore di origini lucane ( è di Senise, ma vive a Rimini da 13 anni, dopo aver vissuto a Milano dove ha studiato, a Roma e a Berlino) è soprattutto un atto d’amore, che lui stesso mette in evidenza nel sottotitolo del libro: “Dizionari innamorati senisari e lucani”. Perché il miracolo che compie Rovitto è quello che hanno in sé le parole: scompaiono ma non muoiono. E, quando le rinomini, le porti in vita, le fai rinascere.

Come nasce il progetto “Le parole scomparse”?

E’ un percorso che parte da lontano. Quattro anni fa avevo pubblicato un altro testo dal titolo “Pan scuorz e muddik”, sempre sul dialetto di Senise e della Lucania. Era nato da una mia esigenza di raccontare alcune parole della mia terra, della mia infanzia, della mia memoria. E’ stato un lavoro apprezzato, ma in questi quattro anni, ogni volta che incontravo qualcuno che l’aveva letto, mi segnalava una parola che non era contemplata nel libro. Così ho deciso di ampliare il lavoro. Un’altra spinta mi è arrivata da alcuni studiosi. All’epoca avevo mandato delle copie del libro al professor Magris e al professor Tomasin, che insegna filologia romanza a Losanna. Mi hanno scritto e con le loro lettere mi hanno incoraggiato a proseguire su quella strada. Così è nato questo nuovo lavoro.

E’ una ricerca linguistica?

E’ un libro particolare. Il sottotitolo è “Dizionari innamorati senisari e lucani”: si compone di quattro parti. La prima è dedicata alla memoria. Cerco di ricordare, attingo ai miei ricordi per raccontare cose di Senise e dintorni. Poi c’è il dizionario senisaro e lucano. Ho preso dei termini dai miei ricordi, come la diga, la frana del paese. Le parole importanti di questi eventi hanno composto il dizionario innamorato. Poi c’è la parte dei dizionari parziali, dei nomi, dei cognomi, dei soprannomi. E infine c’è il dizionario vero e proprio linguistico, frutto di un lavoro più lungo e dettagliato.

Come si perdono le parole?

Accade quando non le diciamo più, quando non le usiamo. Succede se non le nominiamo. Lo scopo del libro non è rivolto al passato, ma al futuro. Il mio augurio è che si continui a parlare dialetto, perché è la lingua madre di ognuno di noi. Nel dialetto le mediazioni linguistiche sono minime ed è la lingua dei sapori, degli odori, delle prime cose che noi conosciamo. Scrivendo questo libro mi sono augurato che sempre meno parole scompaiano. Il bello è che le parole, se vengono nominate, risorgono.

Nel suo percorso a ritroso, c’è una parola che le ha fatto dire: questa oggi ci farebbe comoda?

Ce ne sono due. Gliele dico in dialetto. Una è la vr’ gogn, la vergogna. E’ quella cosa con cui noi siamo cresciuti: ogni volta che facevamo qualcosa di sconveniente, di irrituale, ci dicevano è vr’gogn. E’ una parola importante che oggi può essere tradotta con pudore. Ma non solo. Per i greci e nella mitologia greca la vergogna è stata importante. L’altra parola è U R’stin, il destino. Ogni cosa era legata al destino. E’ vero che il destino non esiste, ma molte cose che accadono sono inspiegabili. E “procurarsi un buon destino”, come dicevano i greci, mette insieme le due cose: è qualcosa che accade senza che noi lo abbiamo voluto,  ma anche qualcosa che noi possiamo costruire. Jung diceva che per lui il destino era l’incoscio.

Al contrario,  c’è una parola di oggi che farebbe sparire?

Non so se c’è una parola per indicare il contrario di accoglienza: quella. I greci avevano il culto dell’accoglienza, dell’ospitalità. Dietro le parole ci sono i fatti, il vissuto. Non mi piace che lo straniero chiunque esso sia, venga visto come un problema. Lo può essere, ma è una risorsa. E soprattutto è una persona.

L’amore per la scrittura da dove nasce?

E’ vivo fin da quand’ero piccolo. Credo sia merito di mio nonno, uno dei miei due nonni che ogni mattina mi raccontava storie di guerre, di contadini. Storie. Racconti ascoltati che mi hanno portato ad aver voglia di approfondire. Quelle storie ancora oggi me le ricordo. Anche mio padre, che è stato prigioniero in Inghilterra, al suo ritorno mi raccontava spesso tante cose. Lui mi ha trasmesso il suo amore per lo studio.  Lui non ha potuto, io l’ho recepito.

Vive a Rimini, perché?

Qui lavoro, mi occupo di risorse umane in una grande azienda. Rimini è una via di mezzo tra il piccolo paese e la grande città. Anche a Rimini ho dedicato degli scritti: Rimini minima è una raccolta di cose, di fatti, di parole, di avvenimenti: racconto il suo faro, piccolo e suggestivo. E il dialetto riminese. E’ una specie di guida letteraria: minima perché anche gli avvenimenti piccoli, delle persone comuni, fanno le storie delle città.

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