“Quando hai un naufragio non puoi pensare a quel che ti è accaduto ma ti devi preoccupare di chi non sa nuotare”.

E’ la filosofia racchiusa in La festa dei limoni, una specie di manuale per i malati. Marco Braico, scrittore, insegnante di matematica in un liceo piemontese, arbitro di pallavolo in serie A, ha messo a frutto la sua esperienza di malato trasformandola in un modo per aiutare gli altri.

Braico ha iniziato a scrivere perché gliel’hanno detto i suoi medici. E adesso, dopo quattro romanzi pubblicati e un quinto in arrivo, con i suoi libri cerca di alleviare le pene a chi soffre in un reparto d’ospedale. Sposato e papà di due figli vive a Volvera, in provincia di Torino. E’ nato a Pinerolo, ma le sue origini sono lucane.

Ha fondato un’associazione, La festa dei limoni onlus, attraverso la quale fa donazioni ad ospedali e strutture che si occupano di malati. “Roba, non soldi” dice Braico. “Dal televisore al frigorifero, dalle sedie per la sala d’attesa dei parenti a strumenti tecnici, a volte ricercati e costosi”. Donazioni che sono conteggiate e documentate nel sito web dell’associazione.

C’è qualche donazione che ricorda più delle altre?

Forse quando abbiamo regalato le lenzuola di Topolino per i lettini dei bambini malati di cancro in un ospedale di Reggio Calabria. Li ho portati direttamente, come tutto quel che dono, e abbiamo fatto i letti: è stato bellissimo vedere la gioia dei bambini che ci guardavano in braccio alle loro mamme. Ma ogni volta che consegno qualcosa è una gioia: anche se si tratta di una macchinetta per fare il ghiaccio che serve ad alleviare il peso di alcune tipologie di chemioterapia. O una semplice poltrona.

Come ha iniziato a scrivere?

Tutto è partito dopo la mia malattia. Mi è stata diagnosticata nel 2003: leucemia. Dopo un po’ di tempo e un percorso molto complicato, i medici mi hanno detto: “sei stato un paziente molto particolare, dovresti scrivere questa storia”. Il motivo? Ho affrontato la malattia in modo che i miei cari non soffrissero, che mi vedessero allegro. Tutto questo è diventato contagioso, un modo ironico e collaborativo nei confronti degli altri pazienti. I medici mi dicevano che il mio atteggiamento, durante la malattia, avrebbe potuto essere d’aiuto ad altri. Poteva essere divulgato ed esportato. Ci ho provato e lo confesso: non pensavo di avere tutto questo successo. La Festa dei limoni, (Piemme editore), che è il libro nel quale racconto proprio la mia vicenda, è esploso. Da lì è iniziata la storia. Quel percorso oggi è fatto di quattro libri pubblicati, sto scrivendo il quinto. E tutto con l’obiettivo di raccogliere soldi e donare oggetti agli ospedali.

Lei compra e consegna direttamente gli oggetti?

Certo, ci metto la faccia e alla mia faccia ci tengo. Se dico che faccio una cosa, poi la debbo fare davvero. Così firmo gli ordini, vado direttamente nei centri commerciali a comprare i televisori, vado io di persona a consegnare quel che doniamo con l’Associazione. Mi sono accorto che così è più efficace e anche monitorabile.

I soldi che utilizza per l’acquisto di materiale arrivano solo dai suoi libri?

No, ci sono anche donazioni: a volte piccole offerte, altre più cospicue. Ci sono anche aziende che hanno deciso di donare a noi i soldi che avrebbero dovuto destinare alle strenne natalizie.

Venerdì 19 ottobre sarà a Empoli per presentare “Il teorema del primo bacio” al Caffè letterario della Biblioteca Renato Fucini, che riprende dopo la pausa estiva.

Sì, ma in realtà ogni volta che incontro i lettori presento tutto il progetto, quel libro e anche gli altri. La mia esperienza personale e l’operato dell’associazione.

Il teorema del primo bacio parla di scuola: è autobiografico?

La storia è vera, brutta ma vera. Ed era da qualche anno che covava dentro di me. C’è la scuola, ci sono i miei studenti: certo, tutto è romanzato. Ma sono situazioni e personaggi esistiti nella mia vita.

Lei è piemontese di nascita ma ha origini lucane.

Si, grazie ai miei genitori che non ci sono più: mio papà era di Banzi, la mamma di Genzano di Lucania, il paese dove hanno vissuto.

E lei ci è stato?

Fino a dieci anni era la meta di ogni nostra vacanza estiva. Ricordo che quando tornavamo a Torino, facevamo incetta di generi alimentari. Di ogni tipo, ma soprattutto farina. Poi ci sono tornato, anche se solo per pochissimo tempo, in occasione del compleanno di mia sorella: non ci andava da 40 anni. Mi sono meravigliato perché mi hanno accolto come se fossi un re…

Beh un loro concittadino che scrive libri e diventa famoso….

No, non per questo. O non solo. Ma ho scoperto che i miei genitori, negli anni Sessanta, avevano fatto del bene a molti dei loro paesani. Li avevano ospitati a Torino, nella loro casa. Gente che saliva al nord per esplorare e capire se poteva trasferirsi, emigrare. Non avevo alcun ricordo di questi ospiti che avevamo per casa quand’ero piccolo.

Che infanzia ha avuto a Torino?

I primi tempi frequentavamo solo lucani. Molti erano parenti. Tanto che pur non parlandolo, conosco molto bene il dialetto di Genzano.

C’è una parola, una frase che le è rimasta impressa.

Tante, più di una. Ma ad esempio, quando guidavo, c’era sempre qualcuno dei passeggeri pronto a dirmi “Statt’ attient”.

Ha fatto donazioni anche in Basilicata?

Sì. Grazie ad alcune persone di Rotonda che mi hanno organizzato una presentazione e ho stretto un rapporto di amicizia con il primario di ematologia dell’ospedale di Potenza, il dottor Michele Pizzuti.

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