I due protagonisti del progetto “Piccole Ali”: da sinistra Giulio Francesco Bagnale e Alessandro Bocchetti

Quando hanno dovuto dare il nome al primo vino che hanno prodotto, lo hanno chiamato Franco, per ricordare un loro amico e compagno di viaggio, Franco Rizzuti, primo chef stellato della Basilicata, scomparso prematuramente.

E’ uno dei loro vini rosso. Per gli altri hanno scelto il dialetto. “Un dialetto medio, della zona nord della regione, dell’area del Vulture”, dice Giulio Francesco Bagnale, uno dei due protagonisti di questa storia che coniuga l’economia con l’impegno sociale.

Così il bianco diventa “Ianghe”, il rosso “Russe” e il rosato “Russìne”.“Per quest’ultimo era difficile trovare una parola dialettale adatta, perché non c’è, non esiste. Così ci siamo rifatti ai “rossi” di capelli, che chiamiamo russine”.

Sono i vini dell’azienda Agricola Le Nuvole, che sta alla base del progetto che Giulio, insieme ad Alessandro Bocchetti, hanno avviato nel 2013.

Giulio è esperto di comunicazione enogastronomica, ma soprattutto, è presidente dell’Aias Melfi-Matera, l’associazione dei genitori di ragazzi disabili. Alessandro, giornalista enogastronomico, ha collaborato con le Guide dell’Espresso, con il Gambero Rosso. La loro amicizia e le loro frequentazioni – è il caso di dirlo – sono nate proprio su questo terreno.

“La mia esperienza all’interno dell’Aias, arrivava da lontano: mio padre nel 1969 ha fondato la prima associazione della regione con l’intento di fornire servizi alle famiglie al cui interno c’erano figli disabili. Un problema che ho vissuto da vicino, perché nella nostra famiglia c’era un problema di disabilità”, spiega Giulio.

Anche Alessandro conosce da vicino la questione: suo figlio, il maggiore, è autistico.

Dal vostro incontro è nato il progetto?

Ad Alessandro ho subito raccontato qual era la preoccupazione dei familiari dei ragazzi disabili: mi chiedevano di aiutare i loro figli a trovare un lavoro, a renderli autonomi pensando che un giorno non ci sarebbero stati più loro. Così è nato tutto. Abbiamo fatto una Fondazione, abbiamo cominciato a pensare a qualcosa che potesse aiutarci a formare i ragazzi, a inserirli nel mondo del lavoro e dare loro un impiego. Ci siamo detti che avremmo potuto fare tutto questo solo se si fosse trattato di un lavoro vero, completo e formativo. Così ci siamo messi a pensare quale settore poteva essere il migliore per realizzare la nostra idea.

Ed è venuta fuori la viticoltura?

Ci siamo arrivati con un percorso. Intanto abbiamo visto, grazie ad altre esperienze che facciamo con la Fondazione, che le persone affette da disabilità medio gravi, sono capaci di affrontare e superare le difficoltà soprattutto in quei mestieri che hanno come elemento gli animali e la terra. E c’è un motivo: i lavori agricoli e quelli legati agli animali, sono attività regolari e ritmate, hanno una ciclicità oraria, sono ripetitivi. Cosa questa che facilita l’apprendimento e il loro svolgimento. Ci siamo detti: se funziona così, questo è il settore. E la scelta è stata facilitata anche dal fatto che sia io che Alessandro potevamo mettere a frutto una serie di esperienze, di contati e di legami che avevamo costruito nel tempo con la nostra attività pubblicistica: rapporti con i ristoratori, con i produttori di vino e di altri alimenti.

Perché lo avete chiamato “Piccole ali”?

Perché abbiamo pensato che con questa attività avremmo potuto idealmente aggiungere delle piccole ali ai nostri giovani apprendisti, avremmo potuto permettere loro di spiccare il volo. Un’idea disneyana, ma molto efficace. E poi (scherza, ndr.), abbiamo pensato che, nel caso avessimo dovuto presentare l’idea a qualcuno, potevamo fare affidamento su una colonna sonora di prim’ordine, “Little wings” di Jimi Hendrix.

Così cominciate a produrre vino

Siamo nel 2013. Intanto avviamo un lungo percorso burocratico con l’Ufficio del lavoro, perché la disciplina per realizzare un apprendistato è praticamente impossibile. Poi, grazie a un’azienda agricola abruzzese, la Valle Reale di Popoli, abbiamo cominciato a produrre e commercializzare il vino. Perché Popoli? Intanto perché, a parte la vulcanicità, ha peculiarità simili alla zona del Vulture, dove grazie a un lascito, l’associazione Aias aveva avuto un terreno da dove è partita materialmente la nostra idea. In quell’azienda è stato accolto Lino, il nostro primo ragazzo da formare. Imparava il mestiere di cantiniere. Oggi è  il nostro capo cantiniere ufficiale. A Popoli Lino lavorava sodo: era il primo ad arrivare, l’ultimo ad andarsene. E’ stata una iniezione di entusiasmo, per l’azienda e per i suoi nuovi compagni di lavoro. Facevamo un Aglianico, ma non poteva essere “doc”, perché veniva lavorato fuori dalla Basilicata.

Dopo questa parentesi abruzzese avete cercato un luogo fisico anche in Lucania?

Sì, ma non è stato facile. Così per il 2015 e il 2016 abbiamo continuato a collaborare con le cantine di Popoli. Ricevevamo proposte, per un luogo in Basilicata, ma spesso erano impossibili da sostenere economicamente. E a noi servivano appena 50 metri quadrati.

Che, alla fine, avete trovato

E’ accaduto nel 2017.L’azienda Paternoster ha venduto i suoi stabilimenti a un’azienda di Verona che, però, non ha voluto le vecchie cantine dell’azienda, quelle che si trovano proprio nel centro di Barile. Ci sono state proposte dal Vito Paternoster e le abbiamo prese. Si tratta di una struttura che era presente fin dagli anni venti del secolo scorso. A settembre 2017 abbiamo vinificato e nel contempo abbiamo cercato una strada commerciale. Anche in questo caso abbiamo messo a frutto i legami e le relazioni che Alessandro aveva costruito negli anni. Les caves de Pyrenes, che tratta vini artigianali, come la nostra tipologia di vino, ci ha subito messi in catalogo. E’ stato importante.

Che vini producete?

Vini da vitigni autoctoni, prodotti con uve biologiche o uve da terreni che sono in attesa della certificazione biologica. La fermentazione è fatta in vasche di cemento ed è spontanea, non usiamo né lieviti né strumenti enologici: un rosso Aglianico del Vulture doc, un rosato che è un Aglianico del Vulture in purezza vinificato in bianco e una Bolla di Rosato, uno spumante. E poi i bianchi da malvasia del Vulture e Moscato di Rapolla, vinificati separatamente. Sa che un tempo i bianchi di questa zona erano più conosciuti dell’Aglianico? Ricordo che Guido Piovene, nel suo viaggio in Italia, quando attraversa l’area del Vulture, parla soprattutto dei moscati e delle malvasie di quest’area.

Quanti sono i ragazzi con i quali lavorate?

Siamo una piccola azienda. Abbiamo quattro dipendenti, due sono disabili. Si occupano della cantina e di tutte le altre fasi.

Dove si trovano i vostri vini?

Nelle enoteche, nei ristoranti, ma anche direttamente da noi, dal nostro sito web: non abbiamo ancora realizzato una pagina di e-commerce ma contattandoci riusciamo a fornire i nostri vini ovunque.

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