“Essere donna? E’ un’avventura che può essere difficile e meravigliosa, ovunque. Quelle che racconto sono coraggiose, forti e determinate a seguire i propri sogni”.

Eva Immediato (Foto Luca Lancieri)

Sulle tavole del palcoscenico per raccontare se stessa e per raccontare le donne: è un teatro che parla al femminile, quello di Eva Immediato, attrice grazie a una vocazione nata fin da quand’era piccolissima, cresciuta tra il teatro amatoriale della sua regione, la Basilicata e consolidata al fianco di grandi maestri. Prima Ulderico Pesce e il suo teatro di denuncia, poi Carlo Giuffré, con il linguaggio più tradizionale e le grandi platee di tutta Europa. E, ancora, esperienze consumate al cospetto di mostri sacri come Carmelo Bene e Bruce Myers. Fino a raggiungere una maturità individuale e portare in scena quel mondo femminile che la circonda,  che vive quotidianamente. Un impegno che in occasione della giornata contro la violenza sulle donne 2018 si traduce in alcun riconoscimenti: il 24 novembre Eva Immediato riceverà il premio Donata Doni, nella sua Lagonegro. Il giorno dopo, sarà impegnata a raccontare le sue esperienze in un convegno proprio sulle tematiche della violenza di genere e, a dicembre, riceverà un premio dal club Zonta international, un’organizzazione di donne.

Eva, il suo è un teatro al femminile: com’è essere donna oggi in Basilicata?

Essere donna, in generale,  è un grande privilegio. Dal mio punto di vista ha tantissimi vantaggi: la bellezza, la grazia, la possibilità di poter portare dentro due cuori nello stesso momento, essere madre, in modo naturale o anche adottando dei bambini. In Basilicata, anche se molti tendono a sminuire la nostra terra, c’è una situazione evoluta: andiamo avanti, si vive, si parla di donne e di coraggio delle donne. Ci sono esempi fortissimi: una per tutte, la mamma di Elisa Claps, moderna Antigone. Ha insistito, chiesto a gran voce il ritrovamento della sua bambina. Essere donna resta un’avventura meravigliosa: può essere difficile o meravigliosa come ovunque.

Come nasce attrice?

Nasco attrice: è la giusta definizione. Non mi sono scelta tale. Racconto spesso un aneddoto: avevo tre anni, a fine anni Settanta, non c’erano i telefonini, come oggi, per riprendere le situazioni. Mio papà registrava la mia voce. Ricordo che su una musicassetta di colore giallo, aveva registrato me che rispondo alle sue domande. Mi chiedeva come mi chiamavo, quanti anni avessi. Quando mi ha chiesto cosa avrei voluto fare da grande, ho risposto “l’attice”. Forse non sapevo neppure cosa significasse, ma già avevo le idee chiare. Sono nata con questo desiderio. Mia nonna la chiamava “malattia”. E  un po’ lo è: ti condiziona, ti fa stare male, ti fa fare scelte obbligate. E’ un po’ come una chiamata, anche mistica; una chiamata  alle armi perché è una missione, meravigliosa verso se stessi e verso gli altri, alla quale  non ci si può sottrarre.

Partendo dalla Basilicata, però, il percorso professionale non dev’essere stato semplice.

Sul territorio ho iniziato a fare teatro amatoriale. E’ una bella esperienza: dà la possibilità di esprimersi, di trovare una via, di capire cosa significa andare in scena. Andavo molto a teatro, volevo vedere come si faceva. Per fortuna al Nuovo cinema Iris di Lagonegro c’era una piccola stagione teatrale: ero l’unica ad abbonarmi. A 18 anni appena diplomata sono andata  a Roma. Volevo frequentare l’accademia di Arte drammatica ma non sono riuscita ad entrare: c’erano pochi posti, una quindicina in tutto. Ho frequentato Arti e scienze dello spettacolo all’interno della facoltà di Lettere alla Sapienza. Restando a Roma, sostenuta dai miei genitori, ho frequentato corsi e seminari con grandi attori: ho lavorato con Carmelo Bene, con Bruce Myers, attore di Peter Brooke, ho fatto l’avanguardia, con il circo, sempre sotto forma laboratoriale, mettendo in scena gli spettacoli ma sempre da allievo. La grande occasione  è arrivata con il Centro Mediterraneo delle arti, che è diretto da Ulderico Pesce, un lucano di Rivello che avevo conosciuto durante la mia adolescenza. Mi disse: se metto su una mia compagnia ti chiamerò. Così è stato. E poi è arrivato a Roma,  l’incontro con Carlo Giuffré E’ stato l’ingresso  nel teatro di giro, le tournée in Italia e all’estero, le grandi compagnie. Iniziata la mia carriera da attrice a tempo pieno.

Quanto territorio c’è nei lavori che porta in scena?

Un’altra immagine di Eva Immediato, ritratta da Luca Lancieri

A un certo punto ho fatto una scelta di vita, personale: dopo 12 anni vissuti a Roma e in giro per l’Italia e l’estero, sono rientrata in Basilicata. Mi sono sposata, ho deciso di far crescere i miei figli in Basilicata. Una scelta di pancia, non ragionata, ma per me non poteva esserci altro posto per far crescere i miei figli. Certo, la Basilicata è distante dalle grandi produzioni, è più difficile fare teatro. Così ho scelto di fare un teatro diverso, il mio teatro, il teatro di Eva Immediato. Prima ero l’attrice di questa o quella compagnia. Oggi porto in scena i miei lavori, porto in scena me stessa. Sono una figlia di questa terra, ho fortissime radici, ma ho anche una grande libertà che mi porto dentro. Nei miei spettacoli racconto l’essenza di questa terra: le brigantesse che ci sono state nel nostro Sud, le donne di spessore come Frida Kalho, messicana ma così identica alle nostre donne, nella sua forza, nel suo coraggio, nello stringere i denti per il suo dolore. Elementi che mi riportano all’essenza delle donne del Sud, che ho sempre visto da vicina: penso a mia madre, ai suoi sacrifici, alla forza di volontà, al coraggio nel portare avanti i suoi sogni. E’ la figura di una donna moderna che non si è mai fermata davanti a nulla. Guardando a lei racconto la mia terra, fiera e dura, come sono dure le donne, ma allo stesso tempo piene di grazia, di dolcezze, di figura  accogliente.

C’è una consapevolezza di genere, in quel che racconta.

La donna è diversa dall’uomo. Mi batto su questo: occorre essere uguali ma nella diversità, in questo c’è l’eccezionalità dell’essere donna.

Quali lavori sta proponendo in questo periodo?

Sto portando in scena uno spettacolo dal titolo L’ultima ninna nanna della Lupa Briganta,  poi uno spettacolo su Frida Khalo, un mio adattamento. Sto lavorando su cose mie, che mi appartengono, che scrivo, che adatto sulla mia persona. Poi l’Universo femminile di Fabrizio de André. Lo racconto attraverso le donne che lui ha raccontato. Una rivisitazione, un entrare in questo mondo  attraverso le sue donne. E poi porto avanti il mio impegno ostinato contro le violenze di genere, lo racconto e continuo a farlo nell’unico modo in cui so farlo, con parole, anche violente, ma non si vedranno mai pistole, sangue o pugnali in scena. Ci sarà il dolore, la lacerazione, lo strappo. Il 25 novembre è  la giornata contro la violenza sulle donne: oltre al premio che mi è stato assegnato a Lagonegro, in occasione delle giornate dedicate alla poetessa Donata Doni, sarò ospite a Grottaminarda, in provincia di Avellino, proprio per un convegno sulla violenza di genere, in una iniziativa che è anche legata alla lotta contro il tumore al seno. Queste battaglie le devono portare avanti tutti, le donne e gli uomini.  Credo negli uomini: le donne da sole possono stare ma stanno molto meglio se hanno uomini accanto: c’è scambio, c’è crescita. In scena porto “Se le bambole potessero parlare” un lavoro duro, forte, c’è l’architettura della violenza in scena, costruisce un patibolo, senza che accada nulla. E poi le voci del silenzio con vari testi di autori italiani, adattati. E mi accompagno in scena, spesso, con una  mia collega, artista, un’arpista molto brava con cui condivido il mio credo. E’ Daniela Ippolito, per questo impegno artistico, riceveremo a dicembre un premio dal club internazionale Zonta. Ricevere premi è per un artista il momento della raccolta, anche se non si smette mai di seminare.

Quando se n’è andata da Lagonegro per inseguire il suo sogno cosa le mancava della sua terra?

Cose sciocche ma fondamentali: l’odore del camino che sento nell’aria ogni volta che andavo a Lagonegro, mi mancava l’aria. Amo il mare, ma mi  mancavano le montagne, il mio Monte Sirino, che avevo visto fin da bambina. E forse il senso d’appartenenza.  Per un periodo mi è anche piaciuto  essere straniera ovunque, essere altro. Oggi sapere di essere in un posto che mi appartiene e dove la gente mi conosce, mi fa stare bene: ci vogliono anche le ali per  poter restare.

 

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