Quante volte ci sarà capitato di trovarci davanti alla recensione di un ristorante dove vogliamo andare a cena e avere il dubbio su quel che c’è scritto? Il fenomeno delle false recensioni è diffuso. Lo dicono le cifre (il 79 per cento dei consumatori si è imbattuto inuna falsa recensione nell’utimo anno; l’84% non sa riconoscerle e, queste false informazioni su un’attività economica, riescono a smuovere fino al 9 per cento delle vendite). E lo dicono anche i fatti: il  tribunale di Lecce, di recente, il 15 settembre scorso, ha condannato a nove mesi di reclusione i responsabili di un’agenzia pubblicitaria che vendeva pacchetti di false recensioni. “Ma le aule dei tribunali e le sentenze hanno il merito di combattere la punta dell’iceberg del problema. Noi abbiamo pensato di mettere a punto un sistema tecnologico che potesse risolvere questo problema”. E’ Fausto Villani, imprenditore potentino nel campo dell’innovazione e della ricerca, una laurea in sociologia, a raccontare l’avventura della TboxChain, una società di cui lui è il rappresentate e che condivide il cammino in questo percorso innovativo con Michele Cignarale, imprenditore ed esperto di comunicazione e con Vito Verrastro, giornalista free lance e ideatore di “Lavoradio”, una trasmissione radio che aiuta chi è in cerca di un impiego. Lavorano con un gruppo di una ventina di persone allo sviluppo dei loro progetti.

L’dea, come spiegherà in seguito Fausto Villani, è nata  pensando a un’abitudine che aveva Nonna Lina, la nonna di Michele, molto in uso nel passato per fare la spesa e presa a prestito per creare uno strumento che, oltre a “smascherare” le false recensioni, ha il compito di valorizzare il territorio nella sua interezza.

Fausto Villani, cos’è Tboxchain?

E’ il primo sistema di raccolta, certificazione e distribuzione delle recensioni on line. E’ basata sulla tecnologia blockchain. Siamo partiti dal problema delle false recensioni. Un problema che forse non è percepito nella sua importanza dai consumatori, ma lo è  ben chiaro per gli esercenti.

Su cosa si basa?

Su due prove chiave: la prima è la prova di identità. Chi deve partecipare a questa piattaforma, viaggiatore o esercente, deve dichiarare in modo trasparente la sua identità. La persona fisica deve mettere il suo numero di telefono che noi controlliamo con un sms. L’esercente deve mettere la sua partita iva o elementi che  ne comprovano l’esistenza. L’altra è la prova di posizione: per poter scrivere una recensione, l’utente deve poggiare per qualche attimo il suo telefono sulla tbox, quella che noi chiamiamo la “scatola della verità”. Così si controllano le posizioni geografiche dell’utente e dell’esercente. Se le impronte geografiche combaciano si ottiene il rilascio di un token crittografico, un pezzo di codice che arriva allo smartphone e dà diritto di scrivere una recensione, ovviamente non necessariamente da compilare in quel momento.

Perché avete inserito questi meccanismi? Perché anche la posizione può essere taroccata. Ci sono centinaia di programma che lo fanno. In questo modo si acquisisce una prova di presenza.

A cosa serve?

Scrivendo la recensione hai la prova che sei stato in quel posto. Ma pur non scrivendo una recensione, quel contato è la prova della mia presenza. Questo dà diritto ad alcuni vantaggi. Ad esempio penso agli utilizzi culturali, come il registro dei visitatori dei musei: le firme sui quadernoni sono un gesto civico, ma non utilizzabili. Il dato digitale permette di conoscere qualcosa in più dei visitatori, dati che possono essere utilizzati per ottimizzare i servizi.

Da cosa nasce questa idea?

Quando ci siamo trovati a ragionare su questa iniziativa, su come valorizzare il turismo, trovare un sistema per dare valori ai territori, ci siamo detti che oggi il valore è rappresentato dalle informazioni. Queste, in ambito turistico, si chiamano recensioni, cioè i giudizi dei visitatori, dei viaggiatori. Abbiamo anche pensato che sarebbe servita una visione globale del territorio e non separatamente per gli alberghi, i ristoranti, i musei e i parchi. Dall’altra parte c’era il peso della mancanza di affidabilità di queste informazioni. Scavando nella memoria abbiamo pensato a come ci si comportava una volta. Ci è venuta in aiuto una modalità che usava Nonna Lina quando mandava suo nipote Michele a fare la spesa. Gli consegnava un fogliettino con la lista; l’esercente, da parte sua, faceva altrettanto, ritornando indietro un foglietto identico. E da qui abbiamo capito che occorreva costruire una società basata sulla fiducia. E la tecnologia blockchain serve a risolvere problemi proprio in ambienti dove manca la fiducia. L’obiettivo è creare una comunità di soggetti che si fidano e che fanno le cose perché credono che questo sia un valore. Sia in termini civici che per ottenere punti di fedeltà. Scrivere una recensione o creare una presenza sono atti che chiedono un minimo di sforzo: questo sarà ricambiato con punti che servono a far lavorare insieme il territorio. Diventano agevolazioni, sconti, servono a far funzionare bene e globalmente il territorio. Se vado al museo e al ristorante,  vivo quel territorio, lo valorizzo e, di conseguenza, vengo premiato.

Avete avuto dei riconoscimenti?

Siamo nati a marzo. A maggio siamo stati a Invitalia, la prima startup competition voluta dal Ministero dei Beni culturali. E lì siamo arrivati primi, su 120 proposte. Poi a luglio abbiamo partecipato alla Creative busines cup italia. Abbiamo vinto anche questa competizione che ci ha permesso di partecipare alla finale internazionale che si è tenuta poche settimane fa fa a Copenhagen. E’ stata un’esperienza bellissima.

Traguardi che danno grandi soddisfazioni…

Guardi, la nostra storia fino a oggi è stata raccontata perché ci hanno consicuti sul web e ci hanno contattato. Pochi giorni siamo stati invitati al convegno che organizza tutti gli anni la Casaleggio Associati. Avevano fatto una ricerca su internet, perché cercavano il modo per dimostrare che la blockchain non fosse applicabile solo alla finanza, all’utilizzo dei Bitcoin.  Hanno trovato noi e ci hanno invitati, a dispetto dei tanti amici nostri che hanno immaginato immediatamente che l’invito fosse legato ad affinità politiche…

E adesso?

Il 17 dicembre saremo a Startup Italia al summit organizzato dall’omonima rivista. Faremo il primo test sul campo.  Sarà il primo in assoluto, un esperimento avanzato. Un altro test in area ristretta lo faremo a Matera: coinvolgerà un centinaio di esercizi, per un mese di test. Di recente abbiamo anche firmato un accordo di collaborazione con il Polo Museale della Basilicata: utilizzeranno la Tboxchain per provare e “misurare” presenza dei visitatori.

All’inizio dell’anno nuovo, pensiamo di arrivare sul mercato.

Com’è fare innovazione tecnologica in Basilicata?

Un’impresa eroica. I gap strutturali pesano: penso ai collegamenti; alle risorse umane. Sono i due principali.  Trovare personale qui è difficilissimo. Quelli bravi se ne sono già andati. Ma anche trovare fuori qualcuno e farlo venire qui da noi è complesso, perché il luogo non è attraente. Per il resto c’è un ambiente agevole: la tranquillità sociale, il fatto di poter lasciare l’auto aperta con le chiavi dentro, ha un valore; gli spostamenti corti, sono un valore. Tutto questo riduce lo stress, permette di lavorare in tranquillità.

Ma la vostra è una novità assolutà?

Si, ci siamo solo noi. Il problema delle recensioni false in molti cercano di risolverlo. Noi abbiamo inserito l’elemento fisico, che è la scatola: permette di connettere il mondo digitale con il mondo fisico. Questo ci differenzia. Siamo unici, per questo abbiamo fatto domanda di deposito brevetto.

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