L’azienda è giovane, la tradizione viene dal passato ma la mentalità è… innovativa. Paride Leone, titolare dell’azienda Terra dei Re, di Rionero in Vulture, per tutto questo è stato insignito, nell’ultima edizione del Vinitaly, della medaglia Cangrande, il premio intitolato a Angelo Betti e destinato agli “innovatori della viticoltura italiana”. Un riconoscimento al lavoro che svolge, nella ricerca di un sempre minore impatto ambientale, nel produrre il suo vino e anche allo studio che lo ha portato a “scoprire”, con tanto di documentazione che il Pinot Nero ha avuto, nel passato “residenza” in Basilicata. Ha origini qui e oggi, proprio la sua azienda (una società tra la sua famiglia e la famiglia Rabasco), sta riportando ai vertici della viticoltura del Vulture.

Partiamo dall’inizio: la famiglia Leone è famiglia di viticoltori?

Mio nonno era un produttore di Aglianico. Lo chiamavano il figlio del vino, perché nacque la notte di Natale del 1887. Nacque settimino, stava morendo. La madre per salvarlo gli fa un bagno nel vino caldo, Aglianico: aveva una crisi respiratoria. Quello del bagno nell’Aglianico che era un’usanza tra i contadini, era l’ultima possibilità per tenerlo vivo. Le esalazioni del vino caldo hanno liberato le vie nasali e questo bambino ebbe un rigurgito di sangue e riprese a respirare, salvandosi. Mio nonno divenne un grande produttore di Aglianico, ma per vicissitudini familiari fu costretto a vendere tutto. Una figlia sposò un industriale dell’acqua minerale la cui azienda stava fallendo e mio nonno fu costretto a vendere i suoi possedimenti per salvare l’acqua minerale: rimase senza un ettaro di terreno.

E voi quando avete ricominciato?

Nel Duemila, fummo spinti da mia madre. Lei nell’azienda di famiglia si occupava della produzione. Ci ha quasi costretti a farci ripartire con la cantina. All’epoca avevamo cinque negozi di elettronica e due centri di assistenza. Io e altri due fratelli col vino non c’entravamo niente. Siamo ripartiti da zero: abbiamo comprato i vigneti, costruito la cantina insieme alla famiglia Rabasco. Siamo una azienda giovane ma con una tradizione molto vecchia. A quel punto mio fratello si iscrisse all’Università, si laureò in enologia. Eravamo già adulti. Io mi sono occupato della parte commerciale, la parte amministrativa è curata dalla famiglia Rabasco.

Torniamo al premio che le è stato assegnato al Vinitaly.

E’ per il contributo al miglioramento alla vitivinicoltura italiana, ha due aspetti: uno tecnico, l’altro di ricerca. Noi siamo stati la prima azienda a certificare un vino sostenibile, cosa ben diversa dal biologico. Abbiamo optato per una via meno impattante e, da otto anni, abbiamo cominciato un lavoro sulla sostenibilità.

Di cosa si tratta?

Può sembrare un discorso aleatorio: per me è molto semplice. E’ legato alla biodiversità, la quantità di flora e di fauna esistente in un determinato ambiente. Si gioca sull’equilibrio: per mantenere dal punto di vista naturalistico in equilibrio la flora e la fauna devo cercare di impattare il meno possibile sull’ambiente. Mio padre mi ha consegnato un patrimonio di biodiversità: se lo trasmetto ai figli senza intaccarlo sono stato una persona sostenibile.

Cosa significa questo? Come ci si riesce?

Abbiamo iniziato con una agricoltura di precisione, facendo nelle vigne solo ciò che serve. Mi capita di vedere tante vigne con l’erba bruciata dai diserbanti usati in maniera spaventosa. Le mie vigne sono piene di erba, non uso alcun diserbante. Dal punto di vista economico sono penalizzato: togliere l’erba in modo meccanico o con la zappa ha un costo superiore, ma intanto non ho avvelenato niente. Spargere il glifosfato è più celere, più comodo. Ma alla fine c’è il rischio che lo ritroviamo nel vino, nelle falde acquifere. Io invece lascio l’erba che funziona da concime.

I grandi vigneti francesi, però, sono una bellezza anche dal punto estetico…

Le vigne francesi, pettinate senza un filo d’erba o una foglia fuori posto: quella è un’operazione contro natura. Se entriamo con un mezzo in un vigneto, inquiniamo, immettiamo anidride carbonica tra i vigneti. E’ bello da vedere, ma in termini di inquinamento è negativo. Noi abbiamo determinato anche quanta C02 si immette in atmosfera per fare una bottiglia di vino: oltre un chilo. E’ impressionante se lo moltiplichiamo per i milioni di bottiglie che si producono.

Come si deve agire per ridurre questo?

Recuperiamo le acque piovane, abbiamo un impianto fotovoltaico e ci produciamo energia da soli. E poi adotto sistemi semplici per misurare la biodiversità: lascio una tavoletta di legno nel terreno per un mese, la sollevo e dalla varietà degli insetti che trovo, capisco la quantità di biodiversità che c’è. Così anche per l’erba, se c’è una sola varietà c’è qualcosa che non quadra. Se prendo della senape e la sciolgo in acqua e bagno un metro di terreno, dopo un quarto d’ora vengono fuori dei lombrichi, perché la senape è irritante. Dal loro numero vedo com’è messa la sostanza organica nel terreno. Un altro indicatore sono le farfalle. Occorre contarle, sembra una follia. Ma a volte vado nel vigneto, armato di taccuino, si alzano, le conto e le catalogo almeno per colore, non per specie. Se non ci sono è un problema. Sono tutte semplici operazioni per capire qual è lo stato di un’area. Abbiamo contato i consumi di energia che utilizziamo nel nostro lavoro, nelle vigne, in cantina, per il trasporto. Da questi dati so quanto ho inquinato per portare una bottiglia dalla vigna al banco del venditore o al tavolo di un ristorante.

Questo è un lavoro da ricercatore.

Cataloghiamo tutto: i miei dipendenti registrano anche l’uso dei trattori. Quando lo accendono, quando lo spengono. E’ una modalità che abbiamo ereditato dal bisnonno. In soffitta abbiamo trovato un suo vecchio registro nel quale sono annotate tutte le voci per la gestione e l’economia del terreno. Abbiamo calcolato che si immettono 1,06 chili di anidride carbonica per ogni bottiglia. Questo mi ha permesso di prendere delle decisioni per ridurre le emissioni. Basta anche cambiare un fornitore, trovarlo più vicino territorialmente. Siamo riusciti ad arrivare a un taglio del trenta per cento.

Il premio del Vinitaly, però, va anche alla sua ricerca che dà al Pinot Nero paternità lucana.

Si tratta di una ricerca sulla viticoltura in Basilicata e in particolare sul Pinot Nero. Scopro due cose in particolare: geneticamente è il capostipite di una serie di vitigni, tra cui l’Aglianico. Non lo dico io ma Robinson, Harding e Vouillamoz genetisti della vite in un testo dal titolo Wine Grapes: a complete Guide to 1,368 vine varieties, including their origins and flavours. Non solo dell’Aglianico, anche per il Sirah, il Dureza e, il Mondeuse. Il Pinot Nero è considerato un vitigno ancestrale. Poi scopriamo che la storia dell’origine dell’Aglianico, che si dice che provenga dalla Grecia (ellenico che poi diventa allanico, con gli spagnoli si trasforma in allianico e infine Aglianico), è una cavolata. Non c’è alcuna radice storica che ci può risalire a questo.

Quindi quale sarebbe l’origine del nome?

E’ più riferibile alla famiglia degli Alli, industriali che vennero in Lucania e trovarono questo vitigno e lo fecero proprio perché aveva grandi qualità. Facendolo proprio poi il suffisso latino Degli alli, è Allianus o Allianicus. A riprova di ciò, non a caso nella zona della Val d’Agri troviamo il torrente Alli, il paese di Aliano e l’altro paese, Alianello, tutti collegati alla famiglia degli Alli.

Mi domando: se quando arrivano i greci l’Aglianico già esisteva, il Pinot che ne era il padre non poteva essere in un altro posto se non in Lucania, più correttamente in Enotria, parte della Calabria, Basilicata e Campania.

Ci sono altre indicazioni sulla presenza del Pinot in Lucania?

Abbiamo testimonianze di trasferimenti di vini nel Cilento a mezzo dei Focei, popolo greco, che inizia una rotta commerciale con una serie di prodotti tra cui il vino, tra Elea, città che fondarono vicino all’attuale Scia Marina con Marsiglia. E da tante testimonianze si parla di questo vino frivolo, fumoso, cangiante. Non può essere che il Pinot Nero. L’Aglianico è corposo, intenso di colore, potente. Ci sono tracce della presenza dei Focei alla foce del Rodano. Lo spunto di questo studio me l’ha dato una ricerca fatta per il Cnr e il Crea da due grandi personaggi, Stefano del Lungo archeologo e Angelo Maria Caputo: sono stati i precursori di queste teorie, poi loro si sono fermati. Ho iniziato a seguire questa pista e arrivo all’ottocento quando trovo altre testimonianze della presenza del Pinot Nero in Basilicata.

A cosa si riferisce?

Nel 1811 Gioacchino Murat, Re di Napoli fa la statistica murattiana, un censimento. Viene in Lucania e censisce tutto ciò che esisteva: c’erano 104 vitigni, tra questi il Pinot Nero. E’ la prima testimonianza. La seconda è in due mostre enologiche, nel 1887 e 1888 a Potenza, volute dalla Camera di Commercio: vengono presentati in concorso due Pinot Nero. Il dottor La Cava che era il responsabile della rassegna, disse: “la Basilicata non ha bisogno di vitigni internazionali non acclimatati perché sono ottimi quelli che ha. L’unico straniero ben acclimatato nelle zone fredde, è il Pinot Nero”. La cava non sapeva della ricerca che non lo ritiene straniero.

Nel 1893, quando a Rionero viene fondata la prima Regia Cattedra ambulante di viticoltura e enologia, una specie dei nostri attuali corsi di formazione rivolti ai contadini, Giovanni Bianchi, enologo astigiano, viene a Rionero, e fa un nuovo censimento dei vigneti: ancora una volta viene fuori il Pinot Nero.

Poi, però, se ne perdono le tracce.

Dall’inizio del Novecento in poi, il Pinot Nero non se ne parla più.

Cos’è accaduto?

Il Vulture diventa area di approvvigionamento di vino da parte di altre regione. Compravano Aglianico perché era vino da taglio serviva a dare, colore, potenza, alcol e intensità ad altri vini. La richiesta era tutta di Aglianico, il Pinot Nero non lo voleva nessuno. E i contadini non riuscendolo più a vendere, lo espiantano e si occupano solo dell’Aglianico.

Adesso la vostra azienda ha vigneti di Pinot Nero?

Giuseppe Leone, mio fratello, ebbe l’idea di riprendere il Pinot Nero. Fece piantare, nove anni fa, il Pinot a 800 metri, nel Vulcano, c’è un vino che produciamo e che si chiama proprio Vulcano 800. Lo produciamo insieme all’Aglianico. Cerchiamo di portare i nostri prodotti ai vertici della produzione di qualità nella zona, anche grazie a Riccardo Cottarella, enologo: lavoriamo insieme per far venire fuori una punta di diamante dal Vulture.

Com’è fare imprenditoria al Sud?

Bisognerebbe smetterla di piangerci addosso: ci sono problemi logistici, forse come in ogni luogo, non abbiamo più problemi di altri. Ci mancano i trasporti. Per andare in aeroporto servono due ore di macchina. Tolto questo, se c’è la volontà e se esiste la determinazione, gli obiettivi si raggiungono. Occorre non mollare e al successo, prima o poi, si arriva.

 

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