E’ un prete di lotta. Alcuni giornali dell’epoca  lo chiamano “il don Mazzi del Sud”: si oppone a ciò che ritiene ingiusto, difende i deboli, crede in una Chiesa più evangelizzata. Nato nel 1925, sacerdote dal 1963 don Marco Bisceglia comincia a lottare quando gli viene affidata la parrocchia del Sacro Cuore di Lavello, il suo paese di origine.

Un atteggiamento che lo  porta ad affrontare procedimenti penali e decisioni assai drastiche da parte della Chiesa: nel settembre del 1974 il vescovo lo rimuove dalla parrocchia di Lavello. Gli attacchi violenti alla Chiesa non sono l’unica motivazione. Gli viene addebitato l’adesione al movimento Radicale che sta portando avanti le battaglie  per la depenalizzazione dell’aborto e la libertà sessuale; l’utilizzo della parrocchia come sede dei comitati per i referendum.

Don Marco diventa protagonista delle cronache del tempo come il prete che ha celebrato le prime nozze gay; il prete al quale viene affidata la gestione della sezione dei diritti civili dell’Arci, al punto di essere considerato il creatore dell’Arci gay, del quale è autore anche del logo e del nome. E’ il 1975. All’inizio di maggio  il vescovo decide  che gli «è proibito ogni atto di sacro ministero». Cioè lo sospende a divinis. Nel 1979, spinto da Marco Pannella, si presenta alle elezioni politiche con i Radicali, ma non ottiene i  voti necessari per entrare in Parlamento.

La sua storia ha un’ultima fase che lo vede rientrare nelle strutture ecclesiastiche, accolto malato. Una riconciliazione che spinge don Marco – pur non rinnegando niente – a prendere le distanze dal suo passato. Chiede la supplica.
A  valutarla è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. La risposta è positiva: la sospensione a divinis è cancellata. Don Marco morirà nel luglio del 2001, proprio durante i giorni della dura contestazione al G8 di Genova.

Le vicende di don Marco Bisceglia sono state ricostruite da Rocco Pezzano, giornalista di Potenza, classe 1970. Rocco, dopo averne raccontato la figura attraverso le colonne del suo giornale, ne ha tracciato i tratti in maniera più approfondita, con un libro,  “Troppo amore ti ucciderà” (edito da Edigrafema).

Quel testo su Marco Bisceglia sta per diventare un film (una importante casa cinematografica ne ha acquistato i diritti) mentre all’Università di Bologna è stato adottato fra i testi d’esame.

Rocco Pezzano, sposato e padre di due figli, è l’ideatore di  “cronaCanti”, punto d’incontro tra canto e giornalismo. Da oltre trent’anni lavora in quotidiani locali come redattore e caporedattore, gestendo anche diverse redazioni dello stesso quotidiano.

Ha formato la redazione del quotidiano della Regione Basilicata “Basilicata Mezzogiorno” e lavorato come addetto stampa dell’assessore regionale Aldo Berlinguer. Ha lavorato per tv e radio locali. Fondato e diretti numerosi periodici. Oggi lavora al Quotidiano di Basilicata.

Troppo amore ti ucciderà racconta don Marco Bisceglia anche attraverso importanti testimonianze di Nichi Vendola, Franco Grillini e Beppe Ramina.

Come è nata l’idea di raccontare in un libro la storia di don Marco Bisceglia?

Quasi per caso. Diversi anni fa, su un trafiletto di una pagina del quotidiano La Stampa, dedicata tutta alle Unione civili, lessi un trafiletto. Il titolo era “E’ lucano il primo prete che sposò due omosessuali”. Mi dissi: com’è possibile? Non conoscevo la storia. E, subito dopo mi meravigliai delle sue origini lucane, anch’esse ignote per me. Ho avviato subito un po’ di ricerche ed ho trovato la storia di Marco Bisceglia al quale veniva attribuito il primo matrimonio tra due uomini. Un episodio avvenuto a Lavello. Dalle mie ricerche sono entrato in contatto con la sorella Anita. Don Marco all’epoca era già deceduto. Lei era contentissima che qualcuno si ricordasse ancora del fratello ma mi disse anche che ciò che era stato scritto fino a quel momento su di lui non era vero.

Vi siete incontrati?

La incontrai a casa sua, mi fece vedere una mole di documenti e foto dell’epoca su questa figura, molto più sfaccettata e  molto più complessa della figura del prete al quale si attribuiva quel matrimonio tra due uomini.

Chi era don Marco Bisceglia?

Un prete degli Anni Settanta, di quelli che si opponevano alla chiesa ufficiale, gerarchizzata, sclerotizzata e che cercavano di riportarla allo stato evangelico aveva. Don Marco aveva  creato una Comunità di base, a Lavello.

Come andò con la sorella?

Dopo quell’incontro scrissi un articolo,  rimase contenta di questa cosa. Mi venne l’idea di approfondirne la conoscenza, di scrivere un libro. Ma avevo informazioni su quel prete per produrre un articolo, non certo un libro. E, allo stesso tempo ero convinto che su don Marco ci fossero diverse biografie. Non era così. Ho iniziato a girare l’Italia, da Bologna dove don Marco aveva fondato l’Arcigay (nell’archivio dell’associazione ho trovato tanto materiale), a Roma, in una parrocchia romana dove si è conclusa la sua vita, ho conosciuto chi gli è stato vicino negli ultimi tempi. Così ho iniziato a scrivere.

Non è stato un percorso semplice…

A un certo punto avevo deciso di smettere, perché veniva fuori un personaggio talmente estremo da risultare indigeribile. Poi  ha prevalso, dopo mesi di elaborazione, la voglia di andare avanti, ritrovando nell’amore per la verità che aveva don Marco, il filo rosso che legava tutto. Per la sua verità, ovviamente.

Perché prima del suo libro nessuno si era interessato alla vita di don Marco?

A differenza di atri sacerdoti intellettuali che avevano creato comunità e che avevano prodotto materiali, lui di scritto non aveva mai prodotto nulla. Qualcuno si è preoccupato di registrare alcuni suoi interventi, anche informali. Alcuni lo facevano con scopo non nobile: riportavano quelle parole al vescovo, sperando di innescare provvedimenti punitivi. Ho anche incontrato qualcuno che mi ha confessato di essere stato all’epoca un delatore di don Marco. Ma ci sono anche altri fattori: la sua comunità di base, a differenza di altre che hanno caratterizzato altri sacerdoti non aveva intellettuali al suo interno, don Marco voleva solo aiutare la povera gente. E poi c’è da mettere in conto il suo  carattere spigoloso. Diceva senza mezzi termine quel che voleva dire e questo gli alienava ogni simpatia.

Ha creato una comunità, ha condiviso battaglie civili con i Radicali ed ha avuto uno stretto rapporto con Nichi Vendola.

All’epoca Vendola era un ragazzo appena arrivato a Roma da Terlizzi, un ragazzo brillante che aveva dichiarato il suo essere omosessuale. Don Marco lo stimava, gli fece fare il suo primo intervento pubblico, all’Università di Roma, lo fece parlare al suo posto. Ebbe molto successo, fu considerato subito un giovane molto interessante: in pratica con quell’episodio lo lanciò, tanto che Vendola considera don Marco il suo padre politico, la persona che gli ha trasmesso passione, profondità e pensiero.

Che rapporto c’è tra Lavello e la figura di don Marco?

A Lavello non tutti si ricordano di don Marco. Era stato un po’ rimosso. Le racconto un aneddoto: A Ferrara alcune ragazze intervenute alla presentazione del mio libro, mi hanno raccontato che erano di Lavello e che di quel prete ne avevano sentito parlare ma sempre a mezza bocca, di nascosto, nella stanza accanto…

E’ noto come il prete che ha celebrato il primo matrimonio gay.

Ma non è proprio così. Siamo nel 1974: si presentano due uomini alla sua porta. Lui ci aveva parlato per telefono, li accoglie in sagrestia. Gli dicono: “Noi stiamo insieme, ci vogliamo bene ma ci chiediamo: siamo noi quelli sbagliati? La società ci fa sentire tali, ce ne dicono di tutti i colori, come se fossimo in errore”. Don Marco rispose con delle affermazioni che oggi considereremmo progressiste e avanzate, ma a quel tempo erano aliene: “Per me siete una coppia, vi amate, vi volete bene, non me ne importa niente del vostro orientamento”. Uno dei due disse: “Ci puoi sposare?” Don Marco rispose: “Questo non esiste nella Chiesa. Ma se volete sapere come la penso, la mia benedizione ce l’avete”. Dopo qualche giorno un parrocchiano bussa alla porta della segreteria del parroco e gli sbatte davanti una rivista con un articolo dal titolo “Confetti verdi in sacrestia”. In quel momento don Marco scopre che quei due erano due giornalisti del Borghese – ormai lontano da quel giornale culturale che era all’inizio, quand’era diretto da Longanesi – Lui si arrabbia ma fa un errore di valutazione:  i due giornalisti erano convinti di distruggere la figura del prete lucano,  ma l’articolo dimostra che tipo di progressismo alberga in quell’uomo. Don Marco  tiene una conferenza stampa a Roma con l’amico Marco Pannella per dire che non li aveva sposati. Finisce là, ma di lì a qualche tempo questa vicenda avrà un suo peso nel provvedimento  di sospensione a divinis.

Qual è l’intenzione del suo libro?

Raccontare questa storia che è incredibile. Ogni giornalista, quando sceglie di raccontare una storia, un fatto, lo fa seguendo dei criteri personali. Il criterio che mi ha spinto, ma che è alla base di ogni mia scelta, è quello della significatività della storia: c’è una vicenda umana che nel suo ricamarsi si lega in ogni momento a quello che succedeva in quel momento e lo spiega in maniera pratico. Ci sono diversi esempi. Da ragazzo don Marco ha contatti con un confinato politico a Lavello, Guido Miglioli, un personaggio molto importante, un politico e sindacalista. Quei contatti saranno parte dell’imprinting del suo animo. Si lega a tutta una lettura del periodo fascista. Negli anni Settanta, quelli della contestazione, anche nella Chiesa, lui è uno dei protagonista. Oggi questa è una storia dimenticata, ma c’erano giornalisti della Bbc e del New York Times che lo cercavano per intervistarlo. La sua storia è un affresco della società italiana nel suo divenire, attraverso i decenni.

Nonostante tutto, viene “cacciato” dalla Chiesa.

Nel 1978, in ottobre, don Marco ormai aveva perso seguaci. C’è il ricordo di quando, mentre dice messa, davanti alla chiesa arrivano le forze dell’ordine per cacciarlo. Sono in trecento, arrivano in assetto da guerra, come se avessero dovuto stanare un terrorista. Lui chiede al maresciallo di celebrare l’ultima messa. In chiesa, lo testimonia una foto, ci sono solo poche vecchiette che assistono alla funzione. Lui dall’altare dice cose dure ma commoventi e profonde, tanto che ci sono alcuni carabinieri che si commuovono.

E adesso, dopo aver fatto conoscere don Marco, quali progetti sta cercando di mettere a punto?

Sono diversi, ma quello a cui sto lavorando con maggiore intensità è tutt’altro rispetto alla storia di don Marco. Mi piacerebbe analizzare la società digitale attraverso la filosofia. Raccontare la società legata ai social vista con l’occhio di un filosofo.

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