Tutto comincia con una vocale. Una “e” che ha il potere di trasformare in plurale una regione che in parte si sviluppa nel suo naturale luogo geografico e in parte (la più ampia), nel resto del mondo. Nasce così “Basilicate”, una rubrica televisiva ideata da Renato Cantore, giornalista, scrittore, per il Tg regionale della Rai che era stato chiamato a dirigere nei primi anni Duemila. Quella vocale serve a indicare un luogo senza confini, com’è la Basilicata. E serve all’autore per andare a cercare in ogni angolo di mondo, i lucani che, nel corso dei secoli vi avevano messo radici, generazione dopo generazione, per raccontarne dolore, sofferenza e successi.

Dalla televisione al libro il passo è stato breve.  E adesso, a dieci anni di distanza, è pronta  una nuova edizione, ampliata con altre storie. “Ad esempio quella di De Blasio  – anticipa Cantore – sindaco di New York la cui famiglia arriva dalla Basilicata”.

Potentino, classe 1952, Renato Cantore è laureato con lode in Filosofia nell’Università ‘Federico II’ di Napoli.  Nel 1979 vince un concorso nazionale per praticanti giornalisti bandito dalla Rai e viene assunto nella sede regionale per la Basilicata. Nel 1984  partecipa alla prima sperimentazione di ‘Televideo’ e nel 1985  lavora nella redazioni romana e in quella milanese milanese di ‘Linea diretta’, con Enzo Biagi.

Nel 1999 viene nominato caporedattore del Tgr Basilicata, incarico che ricopre per oltre dieci anni. Sotto la sua gestione, il Tgr lucano ha ottenuto due riconoscimenti internazionali: il premio “Eco” della stampa ecologica internazionale a Ohrid, Macedonia, e il premio “Green Vision” a San Pietroburgo in  Russia.

Nel 2010, per sei mesi, ha diretto il Tgr della Puglia. Nell’agosto dello stesso anno, riceve l’incarico di coordinare la produzione di tutti i telegiornali regionali per i 150 anni dell’Unità nazionale. Dal gennaio 2012 ha curato l’informazione della Tgr da e per le comunità regionali italiane nel mondo. Nel luglio 2015 diventa vice direttore della testata giornalistica regionale della Rai. Sulle storie degli emigranti lucani  ha pubblicato tre volumi: Lucani altrove, un popolo con la valigia ( Memori, Roma 2007), che ha ottenuto il Pemio Basilicata; La tigre e la luna. Rocco Petrone, storia di un italiano che non voleva passare alla storia (Rai Eri, Roma 2009)  e Il castello sull’Hudson, Charles Paterno e il sogno americano (Rubbettino, Soveria Mannelli 20129), del quale è stata pubblicata anche una versione in inglese..

Renato Cantone è stato fondatore e presidente dell’Associazione della Stampa della Basilicata e membro del consiglio nazionale della Federazione Nazionale della Stampa per dieci anni. Ed è proprio dalla professione che parte la nostra chiacchierata.

Lei si occupa soprattutto di formazione dei giornalisti. Com’è la situazione del giornalismo oggi?

Faccio il formatore da prima che fosse obbligatoria la formazione. Un’idea nata dall’Associazione stampa di Basilicata, una delle più giovani d’Italia, è del 1993. Con una battuta dicevo che i colleghi vanno difesi nelle aule della giustizia, ma anche nelle aule dove si studia. Questo mestiere ha una evoluzione così rapida che se non gli stiamo dietro rischiamo il collasso. Cosa che in qualche modo è avvenuta, perché un certo tipo di giornalismo tradizionale è stato travolto dall’avvento del web. Mi piace dire che il giornalismo è morto, ma le notizie stanno benissimo. Ormai “il cane da guardia della pubblica opinione” lo fa ciascun cittadino. Noi dobbiamo fare il “cane da guida”. Dobbiamo interrogarci: “vabbé le informazioni sono tutte disponibili, cosa manca?” Manca un’idea del contesto. Un orientamento in questo mare di informazione. Manca, appunto, una guida. Perché se  la democrazia muore di scarse notizie, io penso, che muoia anche di troppe notizie. Dobbiamo capire, se in questo mondo che va avanti e che, ovviamente, noi non vogliamo fermare, se c’è il ruolo per professionisti delle comunicazioni. Dovremmo cambiare pelle.

In Basilicata è più facile o difficile fare questo mestiere?

Nel sud è tutto più difficile, non solo fare il giornalista. E’ una bella scommessa. Soprattutto in Basilicata: è una regione della quale si dice sempre che non ci sono notizie, appena due sagre di paese. Invece è una regione ricca di fatti e di problemi. Certo, le notizie non rimbalzano sulle scrivanie, come avviene nelle grandi città. Qui, come dicevano i grandi maestri del giornalismo, abbiamo dovuto consumare un po’ di suole, andandoci a cercare le notizie. E’ stata una bella esperienza. Io ho sempre lavorato nell’informazione regionale, ho chiuso il primo marzo scorso come vicedirettore della Tgr. A volte si guardavano con invidia i colleghi del Tg1 o del Tg2. Ho sempre sentito di fare una cosa importante. L’informazione regionale è una sfida che ti porta a stare vicino alla gente. Credo che il nostro mestiere debba fare i conti con il giornalismo di prossimità”.

Come nasce il suo libro “Lucani Altrove, un popolo con la valigia”?

Nasce quando sono stato nominato caporedattore del Tgr Basilicata. Mi sono detto, questa regione dove sta? Noi diciamo con uno slogan che la Basilicata è una regione senza confini. E aggiungo, non senza identità. Questa regione è parte, sempre più piccola nell’area geografica di identificazione e parte, che col tempo è diventata sempre più grossa,  in ogni parte del mondo. Mi chiesi: come racconto la Basilicata se mi perdo questo pezzo importante che sta fuori. Così mi sono messo in giro a cercare storie  di lucani nel mondo approfittando del fatto che in quegli anni – Inizio Duemila – nacque il primo tentativo di all news, che era Rainews 24 che ogni mercoledì sera prendeva un tg regionale e lo mandava sul satellite. Oggi viene quasi da ridere, ma nel 2001 sapere che il Tg Basilicata andava sul satellite e quindi tutta Europa lo poteva vedere e poi Rai International ritrasmetteva in America era straordinario. E io il mercoledì sera inserii una rubrica che si chiamava Tgr Basilicate, in cui raccontavo queste storie, alcune delle quali poi sono finite nel libro Lucani altrove. Da lì sono partite le mie ricerche, ho cominciato e poi, mi sono appassionato e non ho più smesso.

C’è qualche storia che le è rimasta dentro più delle altre?

Le storie che mi sono rimaste più appiccicate addosso sono quelle normali, di gente che non ha avuto grandi fortune o grandi intuizioni. Che ha scommesso la sua vita quotidiana in condizioni difficili. Se potessi dire,l’incontro che mi ha più emozionato è stato quello con i minatori del Belgio. Perché misuri la  fatica,la sofferenza e anche l’orgoglio di questa gente. La cosa che mi ha colpito è il ricordo del loro lavoro in miniera. Nessuno ne ha parlato male. Ne hanno tutti un ricordo come da innamorati. Perché è stato il loro riscatto sociale. Ed è stata l’occasione per dire: però i miei figli in miniera non ci sono stati. E’ stata una generazione che ha lottato per il futuro dei propri figli.

Sta lavorando a una edizione più ampia di Lucani Altrove?

Si con storie di questo genere. Vorrei raccontare l’epopea della normalità. Piccole situazioni. Ad esempio r le condizioni dei lucani che vivono oggi in Venezuela.

Oggi  si va sempre via dalla Basilicata?

Ahimé sì. E’ un’emigrazione diversa però lo spopolamento del Sud è una costante. Vanno via soprattutto i ragazzi, quelli più qualificati che non trovano possibilità. E pian piano si sta verificando un altro fenomeno che forse i sociologi non hanno ancora individuato: c’è l’immigrazione degli anziani. Le famiglie ormai si sono divise. I giovani vanno via. Gli anziani che rimangono al sud una volta erano un punto di riferimento per tornare. Oggi quasi nessuno giudica più possibile l’opzione di ritorno, succede sempre meno anche d’agosto. Succede che quando questi giovani al Nord cominciano ad aver bisogno dei loro cari anziani, chiedono aiuto ai loro genitori rimasti al sud. E  succede che molti di questi, si trasferiscono. E’ un fenomeno preoccupante perché così si perdono le radici. E il motivo per il quale molti tornavano.

In questo momento a cosa sta lavorando?

Sto cercando di trovare un filo conduttore sulle storie della più grande Little Italy di New York, che non è quella che conosciamo dalle cartoline, a sud ma è la Little Italia ad  Harlem a nord di Manhattan dove, nel 1930 il censimento contò 80mila italiani. Sto lavorando sulle storie e ce ne son odi bellissime, a cominciare  da Fiorello La Guardia. Quindi continuo…

Per le sue ricerche e il suo lavoro nella formazione giornalistica le è stato assegnato il premio La Torre d’argento 2016 che ritirerà il 6 agosto a Cirigliano.

Un premio fa sempre piacere. E’ il gesto con cui ti viene detto che il lavoro svolto è stato apprezzato da qualcuno. Quello di Cirigliano lo seguivo fin da quando ero caporedattore al Tgr e se do uno sguardo a quanti è già stato assegnato,  non può che rendermi felice, essere anch’io tra questi.

Emilio Chiorazzo

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