Il suo percorso professionale è chilometrico. A dispetto della sua giovane età. E del fatto che, solo un anno fa, ha spento le dieci candeline di attività.  Fabio Mecca, 35 anni, di Barile, enologo lo è stato da sempre. Da quand’era bambino e qualche volta dovendo scegliere tra la scuola e la cantina, preferiva quest’ultima. Era quella di famiglia, di una delle aziende che, per prima, ha fatto conoscere l’Aglianico nel mondo. La Paternoster. Fabio tra i filari e i tini c’è nato e c’è cresciuto. Ha respirato mosto che ancora non parlava. Così la strada che ha intrapreso non è stata una scelta: tutto è avvenuto naturalmente. Ma per ampliare le sue conoscenze, per approfondire la sua cultura e il suo bagaglio professionale, è andato a studiare a Conegliano Veneto, dove ha conseguito  una  laurea in Scienze e Tecnologie Viticole ed Enologiche. Qui diventa enologo e comincia a collaborare con la Cantina Isole&Olena. Una collaborazione che gli apre nuovi orizzonti, nuove conoscenze. L’anno dopo, il 2007 torna nella terra d’origine, la Basilicata: con l’Azienda Paternoster consegue i primi successi personali: è uno degli artefici della creazione della nuova Cantina di Villa Rotondo, di una ricerca su viti antiche d’Aglianico del Vulture, mirata a preservare il germoplasma viticolo dell’Aglianico e avvia una sperimentazione sul Souvignon piantato sul Vulture.

Alla fine di quell’anno incontra Roberto Cipresso: è uno degli enologi più importanti d’Italia. Collabora con la sua Winemaking per 3 anni. E nel frattempo avvia nuove consulenze con aziende di Abruzzo, Campania e Veneto. A febbraio 2007 inizia la attività di consulente in Abruzzo, Campania e Veneto. Fabio Mecca viene invitato a partecipare a manifestazioni e convegni, lo chiamano, per avere le sue impressioni, le maggiori riviste del settore: è riconosciuto come uno dei giovani winemaker più interessanti nel panorama vitivinicolo italiano.

Le guide annuali assegnano ai vini delle aziende con cui collabora punteggi importanti e recensioni lusinghiere: a settembre 2011 il sito WineNews, lo include tra il meglio dell’enologia Italiana. Il suo nome rientra tra i 4 migliori enologi emergenti d’Italia. Un successo che bissa anche nel 2012. A fine 2010 l’azienda vinicola Paternoster vince il premio “Azienda dell’anno” da parte dell’Ais Bibenda: è un successo corale per la famiglia e per l’attività svolta da Fabio. Nel 2012, i vini Don Anselmo di Paternoster e il Moscato Passito di Saracena dell’Azienda Feudo dei Sanseverino vengono inseriti tra i 100 migliori vini d’italia, entrambi i prodotti sono stati eseguiti dall’enologo Mecca in ogni fase produttiva. Del suo talento si accorge anche una rassegna internazionale come Vinitaly: nel 2013  assegna la Gran Medaglia di Cangrande con titolo di “Benemerito della vitivinicoltura italiana“; premio inaspettato che premia l’intenso lavoro in ogni azienda. Passano due anni e, nel luglio 2014; il sito Winenews per la terza volta  inserisce l’Enologo Mecca tra “I Migliori Enologi D’Italia“. Dalle collaborazioni e dai vigneti, Fabio sale in cattedra: da settembre 2014 è docente di Viticoltura, Enologia e Degustazione presso l’Università Popolare Niccolò Copernico di Cassino. Lo scorso mese di novembre è stato scelto (come ha segnalato il magazine web La Siritide.it) per far parte della giuria del “Challenge Euposia”, l’unico appuntamento al mondo riservato ai vini spumante metodo classico. La manifestazione si è svolta a Verona, organizzata da Beppe Giuliano, direttore della rivista Euposia e della testata Internazionale Italian Wine Jurnal.

Un grande sommelier,  Luca Gardini, designato miglior Sommelier del Mondo nel 2015, degusta i vini sui quali Fabio ha lavorato e decreta:“L’enologo Mecca è il futuro perché rispetta il vitigno e il territorio”.

Crescono le collaborazioni: Fabio viene chiamato a creare il vino “Decanto” utilizzato per festeggiare gli ottanta anni dell’attore Lino Banfi, riscuotendo ottimi consensi ed apprezzamenti da varie star invitate alla festa.

Le sue collaborazioni coprono l’intera penisola: in Toscana Fattoria Montereggi di Fiesole; Tenuta Santa Lucia nel Lazio, in Campania Vigna Dora di Terzigno e Vigna Villae di Taurasi, in Basilicata Cantine Paternoster, Cantine Il Passo, Tenuta Marino e Alte Vigne della Valcamastra, in Puglia Decanto, Feudo dei Sanseverino e Santavenere in Calabria.

Come nasce la passione per il vino?

Non saprei fare altro nella mia vita. Da sempre ho avuto a che fare con l’azienda Paternoster. Era la cantina di famiglia, mia mamma è una Paternoster. Ero piccolo e già vivevo le tempistiche della vendemmia, delle fermentazioni degli affinamenti. Da bambino vivevo questi rituali, la casa di mia nonna era sopra la cantina e avevo la scuola che era davanti alla cantina. Da metà ottobre ai primi di novembre passavo il tempo sul banco rivolto verso la finestra  per vedere se arrivare il camion con l’uva, perché poi nel pomeriggio sarei stato anche io lì.

Quindi scegliere cosa fare da grande è stato facile.

Non è stata una scelta, era una cosa innata, la strada più spontanea che abbia percorso: così come ho iniziato a camminare, ho cominciato a fare vino, da sempre.

Dalla cantina di famiglia, però, ha avuto la voglia di esplorare altro: nuovi vigneti, nuovi territori, nuove culture.

In Basilicata, a un certo punto, tutto verteva intorno all’Aglianico o al territorio lucano. Invece, ho deciso di andare a studiare altrove. Dopo la mia laurea a Conegliano Veneto, ho fatto per tre anni esperienza con Roberto Cipresso. Ero diventato il suo responsabile per le sue aziende del centro sud. Erano gli anni in cui lui era stato nominato il miglior enologo d’Italia. A quel punto ho capito che il mondo del vino aveva dei percorsi differenti rispetti a quelli che potevano essere solo legati alla Lucania. Per tre mesi ho fatto uno stage all’azienda Isole&Olena, in Toscana. Ho partecipato, con grande emozione, alla vendemmia 2003 del Cepparello., un vino che ha segnato la mia formazione. Anche in questo caso,devo dire grazie a Paolo De Marti, il titolare, che mi ha trasmesso questo mondo, così diverso da quello della Basilicata. Mi ha affascinato tantissimo. Ho capito che avrei dovuto allargare la mia esperienza. E, nello stesso tempo mi sono imposto un obiettivo: avrei dovuto diventare un punto di riferimento nell’enologia. Per farlo, però, ho dovuto fare e devo continuare a fare un percorso non solo legato alla mia terra d’origine, ma aumentando il più possibile le mie esperienze, il mio bagaglio culturale e metterlo a disposizione della mia regione.

C’è differenza tra fare vino al Sud, al centro e al nord?

Non ce n’è una che fa da spartiacque. Si sta cercando di uniformare il concetto di fare vino, forse nel Sud, occorre far capire che il vino va fatto in vigna, ci vuole il coraggio di abbattere qualche vigna per avere maggiore qualità. E’ difficile, ma è un’idea che si sta facendo strada. Però c’è una differenza lampante che non riguarda i metodi per produrre vino. Al nord si vive di enologia: una comunità, una zona, può vivere della sua denominazione. Al Sud questo non è possibile.Faccio un esempio che mi sta a cuore: a Montalcino alle 2 del pomeriggio di gennaio c’è gente per strada che passeggia, cerca l’enoteca, il ristorantino, la bottega dei prodotti tipici. Invece, al Sud, a Barile, il mio paese questo non avviene.

A cosa è dovuto?

In parte alla mentalità imprenditoriale, ma anche una non completa attività di comunicazione dell’enoturismo. Una comunità che vuole vivere di enoturismo deve strutturarsi. Quando arriva in azienda un visitatore devo potergli dare delle soluzioni alternative: la visita alla cantina e poi gli altri aspetti, percorsi enogastronomici, attività di ricezione esterna all’azienda. Chi viene a visitare la nostra zona lo deve fare indipendentemente dal fatto che vada a visitare una cantina. Si visita il Vulture, non l’azienda tal dei tali…

La Basilicata è solo Aglianico?

Lo è prevalentemente, ma solo per una questione storica: è la prima doc della regione, si è sviluppata con più facilità. Ma ora sta venendo fuori benissimo il “Matera doc”, ci sono produttori attenti che stanno lavorando bene, stanno mettendo in atto le pratiche agronomiche giuste, stanno vivendo anche di luce riflessa grazie a Matera 2019. E c’è il progetto Grottino di Roccanova, anche se con un po’ di difficoltà, sta affiorando con concretezza. Certo, per fare un buon lavoro non si può pensare di fare tutto da soli e come si sempre fatto. Occorre farsi sostenere da chi ha maturato cultura enologica.

Ci sono consumatori che scelgono il vino in base all’enologo?

l consumatore cerca di sapere chi è l’enologo dell’azienda. E’ una firma, una cifra stilistica di quel vino. Indica se viene rispettato il vitigno, se viene rispettato il terroir, se viene fatto uso di legno nuovo o meno. La gente vuol capire. Chiede: chi è l’enologo, il consulente. Anche chi è l’agronomo. C’è stato un periodo in cui le aziende erano quasi costrette a dover inserire l’enologo di fama per accorciare un percorso che portava al successo. Accadeva agli inizi degli anni Duemila nelle aziende che avevano voglia di emergere. Oggi non è più così, fortunatamente: questo dà spazio ad enologi consulenti meno noti che stanno cercando di mettere in piedi la loro carriera.

Si riescono a scoprire vitigni nuovi?

La Lucania è stata crocevia di culture e tradizioni. C’è stata, ed è stata importante, una promiscuità oggettiva in tutto quello che ha formato la viticoltura. Ma c’è un gap: si sono sviluppate solo alcune zone. Sulle quali poi, erroneamente, ci siamo concentrati. Questo ha decretato il successo del Vulture. Ma ci sono delle realtà nuove che potrebbero dare soddisfazioni enologiche diverse, far togliere qualche sassolino alla Lucania, ma non vengono seguite, utilizzate. Ho letto di recente il libro dell’enologo Tachis, che in Sicilia ha avuto la fortuna e l’onore di mettere in piedi l’istituto dell’uva e del vino scoprendo  Perricone, Nero d’Avola, Caricante, vigneti che c’erano ma erano tenuti in disparte.

E se venisse un imprenditore con un bel po’  di soldi a chiederle di impostare un’azienda di successo, nella sua terra, cosa consiglierebbe?

Non ho dubbi. Gli direi di farlo a Maschito. Il motivo? Ha una grade tradizione di viticoltura. E’ un territorio bello ha solo la sfortuna di non avere imprenditori locali o di fuori che investono in quel territorio. Qui si può fare del buon Vulture. Il guaio è che servono un bel po’ di soldi per appianare quel gap che c’è, oggi, rispetto alle aziende della zona alta del Vulture che sono già avviate. Soprattutto per la comunicazione.

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