Chi fa musica provoca emozioni in chi l’ascolta. Ma quelle emozioni le vive anche dentro. E, inevitabilmente, ne condizionano l’esecuzione, i contenuti, i suoni.

Il trio Chalumeau

Averne consapevolezza e anche un po’ il controllo, rende grandi i musicisti. E’ questa la strada che sta percorrendo Valeria Benedetto,  concertista che – partita da Genzano di Lucania, il suo paese – sta conquistando, esibizione dopo esibizione, esperti e appassionati di musica, in Italia e in Europa. Fa parte dell’Orchestra Vivace di Grosseto, anima il trio Chalumeau   e studia a Parigi, dove grazie a un maestro capace di farle esprimere sensazioni interiori e tecniche  di prim’ordine, cerca di migliorare i suoi traguardi. Tutto questo con l’immancabile clarinetto e con i consigli che le ha sempre dispensato e le ha lasciato in eredità suo padre Canio.

Valeria,  quando ha iniziato a suonare?

A sei anni, con la banda del mio paese, Genzano. Poco dopo ho deciso di  affrontare l’ammissione al Conservatorio. In famiglia non erano d’accordo. Per loro ero piccola, pensavano che avrei potuto avere dei problemi, se non avessi superato l’esame. Invece andò tutto bene. Ho fatto il mio percorso di studio, sette anni di Conservatorio più due di specializzazione e poi ho deciso di andare in giro, di confrontarmi con insegnanti di spessore.

E così è arrivata fino a Parigi…

Vede, non sempre nel nostro Paese è riconosciuta la meritocrazia. Sono andata a Parigi dove ho trovato un insegnante molto in gamba, Patrick Messina che mi ha aiutato, mi ha stimolato molto.  A Parigi ho avuto l’opportunità di entrare, attraverso una audizione, alla Ecole Normale de Musique. E’ una scuola privata. Qui ho incontrato Patrick Messina  e sto studiando con lui.

Nel frattempo, però, è impegnata anche con esibizioni e concerti.

Sto collaborando con un trio di clarinetti, Chalumeau. Facciamo  concerti in giro per l’Italia. Abbiamo già suonato  in Campania, in Basilicata, in Calabria e nel Lazio: è stato molto importante affrontare certe realtà, davanti a un pubblico più attento e competente, che ti giudica. Con il trio  realizzeremo anche un disco, un cd dedicato a Michele Mangani: è un autore vivente, noi suoniamo prevalentemente le sue musiche.

Quando si esibisce, oltre al clarinetto, cosa porta con lei sul palco?

I consigli che mi dava mio padre. Non c’è più, è scomparso prematuramente. La sua morte, oltre al dolore e al vuoto che mi ha lasciato, mi ha spronato ad andare avanti:  amava la musica. Era il presidente della banda in cui suonavo, anche se non conosceva la musica. Qualche anno prima che morisse mi aveva chiesto di fargli lezioni di musica, perché voleva accrescere la sua conoscenza. All’inizio è stato difficile continuare, ma i suoi consigli , i suoi stimoli mi hanno spinto a portare avanti il mio sogno. Devo dirgli grazie.

Perché ha scelto proprio il clarinetto?

Perché da piccola seguivo sempre mia sorella: se lei faceva pallavolo  volevo farla anch’io. Decise di passare alla danza e lo decisi  anch’io. Un giorno disse: voglio fare musica. La seguii anche stavolta. All’inizo le mie mani erano troppo piccole per il clarinetto, ma diventò una sfida per me. Mi incuriosiva lo strumento, quelle le chiavi  d’argento che luccicavano. Nella mia fantasia di bambina mi sembrava di avere un gioiello tra le mani. Ho voluto continuare, mi ha completato. Oggi quello strumento fa parte di me. Siamo inseparabili. Lo ritengo come un figlio.

Com’è stato passare dalla banda alla musica classica, dalle marcette per accompagnare le processioni alla musica più di spessore?

Quando ho iniziato il nuovo percorso, all’inizio  facevo solo scale. Tante scale. Ma mi sembrava tutto strano, provavo  emozioni dentro che non saprei descrivere. Suonare determinati brani è difficile, non solo per la tecnica, ma anche per l’emozione che sprigionano: immaginate un assolo della Forza del Destino, con un’orchestra che ti appoggia mentre tu devi dare il massimo dell’espressione. Suscita un’emozione grandissima. Vorrei tentare di  fare il primo clarinetto, ma il pensiero mi suscita anche paura: gli  assoli  della  Tosca o del Rachmaninov 2 mi sprigionano la paura di emozionarmi. Chi fa musica emoziona, ma si emozione pure…

Qual è il musicista che più la ispira?

Sono tanti. Ho avuto la fortuna di conoscere grandi musicisti. Ma mi ispiro soprattutto al mio insegnante: è completo ed è stato il primo che mi ha aiutato a dare tutto quello che ho dentro. Patrick  ha  grande umanità: con lui riesco a suonare qualsiasi cosa e in ogni modo, senza timori e senza paura. Se un giorno diventerò primo clarinetto e avrò modo di fare lezioni, prima di tutto vorrò conoscere l’aspetto umano dei miei allievi. Non tutti gli insegnanti sono uguali. Ho avuto la fortuna di studiare a Napoli con Gaetano Russo e a Roma con Calogero Palermo.

Qual è il suo prossimo traguardo da tagliare?

Sarò concertante di Mozart con l’orchestra Vivace di Grosseto e poi tornerò a Parigi per continuare il mio percorso e prendermi – dopo aver conseguito quest’anno il diploma di concertista – la laurea, il diploma superiore di concertista.

 

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