C’è chi lo conosce come Ed McBain, chi come Evan Hunter. In realtà lui è Salvatore Lombino, figlio di emigrati di seconda generazione, in arrivo dalla  Basilicata negli Stati Uniti. Da Ruvo del Monte per la precisione.

Salvatore Lombino, nato a New York il 15 ottobre del 1926, con gli altri nomi è stato autore di centinaia di libri. Se ne contano oltre 120. E poi racconti, centinaia e centinaia di storie e sceneggiature di film, come “Uccelli” di Alfred Hitchcock o alcuni episodi del Tenente Colombo, tratti da suoi scritti (a questo link la sua biografia e l’intera produzione).

Salvatore Lombino, è ritenuto uno dei più grandi esponenti della letteratura gialla in America. Scriveva utilizzando anche altri pseudonimi: Hunt Collins, Curt Cannon, Matthew Hope, Richard Marsten, Ezra Hannon. Dai suoi romanzi sono stati tratti anche film molto noti come “Il seme della violenza” o le storie dell’87° Distretto, primo esempio nella letteratura gialla americana, di investigazioni portate avanti da un gruppo, una squadra e non da un singolo poliziotto.

Giuseppe Costigliola

Lo scorso agosto a Ruvo del Monte, il paese dove sono nati i nonni materni,-  Evan Hunter è stato festeggiato anche grazie al fatto che, il Comune – che ha deciso di organizzare anche un concorso letterario, in suo onore,  è stato artefice della traduzione del romanzo “Le strade d’Oro” (il libro può essere richiesto alla Proloco di Ruvo del Monte), che parla proprio delle sue origini lucane e che era rimasto uno dei pochi romanzi ancora non tradotti in Italiano. Forse il più bello, almeno così lo riteneva l’autore stesso. Un romanzo del 1974, dedicato a suo nonno, ruvese, che il professor Giuseppe Costigliola, docente, critico ed esperto di cultura angloamericana ha tradotto.

Ed è proprio il professor Costigliola che ci aiuta a conoscere meglio la figura di Evan Hunter. O McBain.

“Le Strade d’oro è il suo romanzo più bello. Fu proprio lui a definirlo così in una intervista che rilasciò poco prima di morire, nel 2006. E pensare che la sua produzione è vastissima: ha scritto 120 romanzi”.

Segno che sentiva forte le sue radici.

Tanto. Era affezionatissimo a Giuseppantonio Coppola, il nonno materno. Il libro era dedicato a lui che l’aveva anche un po’ cresciuto. Era la figura di riferimento, un uomo molto presente. Il nonno paterno era di origini siciliane ma non l’aveva conosciuto, era morto prima che lui nascesse. La famiglia della madre arrivava da Ruvo del Monte.

Evan Hunter c’è mai stato a Ruvo Del Monte?

Questa è ancora materia di dibattimento. Alcuni sono assolutamente convinti di sì, che sia venuto senza manifestare la propria identità, forse negli anni Settanta. Altri dicono il contrario: che non c’è mai stato e si è solo documentato sulla scorta di quel che gli aveva raccontato il nonno e o che era riuscito a sapere, ad esempio, sulla vita che si conduceva alla fine dell’Ottocento. Nella prima parte del romanzo ci sono riferimenti precisi. Personalmente mi sono fatto l’idea che lui sia stato a Ruvo, per vedere il posto dov’era nato il nonno. Era cresciuto con quei racconti, è normale che avesse la curiosità di vedere dal vivo quei luoghi. Frequentava molto l’Italia, soprattutto il Nord, Venezia, le Alpi. Non c’è una prova certa ma è molto probabile che ci sia stato.

Ci sono tracce della sua lucanità nei suoi libri?

Gli italo americani sono quasi sempre presenti nei suoi romanzi. Steve Carella, noto personaggio dell’87°  Distretto è un italo americano. Questa figura di passaggio, o il comune americano dalle forti origini italiane, l’ha sempre tenuta ben presente nella sua opera. Si sentiva pienamente americano, non rinnegava le proprie origini, le valorizzava ma era americano a tutti gli effetti: i genitori di Hunter, d’altra parte, erano nati già negli Stati Uniti.

Quindi è tutto merito del nonno se si è creato questo legame con il Sud Italia?

Sì coi i racconti che fa al nipote, col suo modo di prendere la vita. E’ per questo che a un ceto punto Hunter ha pensato veramente di rendere onore più che alla figura proprio alla cultura a e alla tradizione che sono state importanti per lui. Tutto questo lo racconta molto bene: le famiglie italoamericane che erano legate ai nonni, si ritrovavano nella dimensione del pranzo della domenica passata insieme dai nonni ai nipoti, tipo clan. C’era un nucleo fondante. E’ molto bravo a raccontare questo: con passione, con trasporto ma anche con grande ironia, Ad esempio quando comincia a elencare le pietanze che si mangiavano in quei pranzi. E’ un racconto affettuoso ma anche ironico.

Anche la sceneggiatura di Uccelli di Hitchcock è sua:  risente di qualcosa di lucano?

Se ne discute molto. A Ruvo del Monte c’è chi sostiene che alcune scene, le ambientazioni all’aperto del film richiamano certi paesi della Lucania. Non saprei dire se è vero. Anche se ho letto che tra lui e il regista ci sono stati anche dei dissapori, sulle scelte, non credo proprio che Hitchcock si facesse condizionare sulle scelte dei propri film.

Che tipo di lavoro è stato tradurre questo romanzo?

Molto entusiasmante, mi ha coinvolto il tipo di scrittura e la levità del tocco che lui aveva. Era molto profondo ma lo sapeva fare senza perdersi nelle frasi e nelle parole, un linguaggio chiaro, diretto, misurato. Quasi chirurgico. Anche le frasi più lunghe e articolate sono chiare nella sua scrittura. Ma non è stato semplice, lui usa tante lingue: la moglie nella realtà era ebrea e lui usa nei suoi libri la cultura ebraica, con la sua terminologia. Poi c’è inventività linguistica, gioca molto coi doppi sensi, è una costanza della sua scrittura e poi il romanzo. Anche la lunghezza,  472 pagine fitte, ha creato difficoltà: è molto articolato, con una serie di rimandi interni, c’è voluta una grande attenzione, anche nella traduzione del singolo termine. Però ritengo che sia stata una entusiasmante cavalcata.

Perché lo ha tradotto?

Conoscevo bene l’opera di McBain, come Evan Hunter avevo letto tre o quattro romanzi, i più famosi, tradotti negli anni Sessanta. Quando mi hanno proposto questa cosa, ina maniera del tutto casuale, ho subito accettato perché mi andava di misurarmi da traduttore con questo scrittore.

Ci sono scrittori contemporanei che si rifanno alla scrittura di Hunter/McBain?

Quel tipo di scrittura è abbastanza connotata come americana. Da sempre c’è questo linguaggio un po’ ficcante veloce, rapido, giornalistico: fatto di poche sostanziose parole, in modo da arrivare al punto senza tanti giri. E’ una caratteristica americana. Non so se qualcuno voglia personalmente ispirarsi a McBain. Da un punto di vista della creazione di un certo tipo di fare giallo, lui ha fatto scuola. E’ suo  il passaggio straordinario tra il noir-giallo degli anni Trenta quando c’era un investigatore unico che risolve il caso, e  la squadra, un gruppo, ognuno con le sue individualità. E’ stato geniale e da allora sono cambiate anche le dinamiche del giallo, soprattutto negli Stati Uniti. In molti, anche in Italia, si sono rifatti a lui, per questo.

 

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