Una partita a carte, a un tavolo del bar – al chiuso d’inverno o al riparo dal solleone, sotto un albero all’aperto, nella bella stagione  –  in un qualsiasi paese del Sud può assumere temi e toni epici. Può essere interminabile, esilarante, trasformarsi in un duello rusticano di parole, gesti e ammiccamenti.

Le carte, in certi luoghi, non hanno subito il fascino del tempo, non hanno ceduto alla tecnologia e soprattutto, sono state capaci  di abbattere ogni barriera, anche generazionale. Non è raro vedere anziani lottare al fianco – o contro – giovani giocatori.

Il segreto? Forse perché quei simboli e quelle figure sono legate al territorio, parlano di persone e situazioni che fanno parte della storia e della tradizione di ognuno di noi. Ecco perché ne esistono diverse versioni territoriali: le napoletane, le piacentine, le francesi, le toscane.

Di carte “parla” il Caravaggio nei suoi quadri (i bari),  Carlo Goldoni e Eduardo De Filippo nelle loro commedie.

Esiste un tentativo di rendere lucane le carte da gioco. Sono le Arunde, carte artistiche, la trasposizione, in miniatura, di una serie di quadri di Franco Zaccagnino, artista lucano, che si era ispirato ai personaggi della corte di Federico II di Svevia e all’arte arundiana che trae ispirazione dalle canne mediterranee.

Adesso ci provano tre giovani di Sant’Arcangelo che,  il legame con il territorio, prima di tutto, lo hanno consolidato loro stessi, con la decisione di tornare in Basilicata, nel loro paese d’origine, dopo gli studi effettuati fuori. E quel percorso accademico lo hanno messo a disposizione della loro gente.

Certo, con non poche difficoltà, ma con la volontà di trovare un’idea che valorizzasse, con il loro lavoro, la propria Terra. Nascono così prima Obdo, una azienda che si occupa di comunicazione e di grafica, poi il progetto delle carte lucane.

Pietro De Marco, 29 anni, Giuseppe D’Andrea 34  e Francesco Leone 32, ci hanno lavorato per oltre diciotto mesi e il 21 dicembre le presenteranno ufficialmente a Sant’Arcangelo, il loro paese. Un anno e mezzo di ricerche storiche che sono servite a trasporre le figure classiche delle carte napoletane in personaggi e situazioni più legate alla loro regione. A parlarne è Pietro De Marco, grafico e art director della Obdo.

Come è nata l’idea delle carte?

Tutto comincia quattro anni e mezzo fa, quando terminati gli studi allo Ied, l’istituto europeo di Design ai Milano, ho deciso di rientrare a Sant’Arcangelo e di provare insieme a due miei amici, poi diventati soci a mettere le nostre conoscenze a disposizione del territorio. In tutto questo tempo  abbiamo costruito una serie di progetti di gestione della comunicazione di impresa per aziende sia piccoline che più strutturate. L’idea delle carte nasce diciotto mesi fa. Volevo da sempre trovare qualcosa che parlasse del territorio, ma non c’era mai stata l’idea fulminante, travolgente. Sono appassionato di simbologia, di icone, così mi sono impegnato nella realizzazione delle carte lucane.  Esistono le Arunde lucane, nate nel 2004, che sono frutto di uno studio artistico molto interessate, noi però volevamo qualcosa di molto più popolare.

Come le avete realizzate?

Abbiamo deciso di concretizzare il progetto delle carte  con l’ausilio di una illustratrice, di un giovane laureato che si è occupato della ricerca storica e un altro che si occupa dell’aspetto commerciale, di post produzione. Sono persone esterne ad Obdo.

Da cosa siete partiti?

Lo studio è stato fatto innanzitutto sulla base delle carte napoletane che da noi sono le più utilizzato. Ho assegnato un elemento, un’icona della cultura contadina lucana a ognuno dei “pali”, i  semi tradizionali: il grano che è ricchezza prende il posto del denaro. I bastoni sono l’utilizzo del legname, la falce ha preso il posto delle spade. E le anfore quello delle coppe.

A cosa vi siete ispirati?

Ci piaceva il ripetersi del ciclo della vita: la falce e il grano, ad esempio. La prima taglia, non uccide ma in realtà prepara a nuova vita, il grano rinasce e serve a dare sostentamento ai contadini lucani.  Il periodo di ispirazione è la  fine dell’Ottocento.

Nel vostro mazzo non c’è la figura del “Re”.

Volevamo raccontare quattro storie di potere: quattro figure che si elevavamo a livello sociale, Così i re sono stati sostituiti dal brigante, “u patrun”, cioè il possidente terriero, dal cantastorie  e dal pastore.

Non c’è neppure il cavallo?

No, solo asini. Animali lavoratori. E’ la rivincita del “ciuccio”.

Tutto è frutto di una lunga ricerca.

La ricerca, oltre che per associare i pali tradizionali delle carte napoletane a quattro elementi iconici della cultura lucana, l’abbiamo fatta sull’utilizzo costumi, con esperti locali. Abbiamo utilizzato quelli tipici di Sant’Arcangelo, Tramutola, Brienza e poi lo studio del pastore.

A proposito di pastore: avete scelto quello di Matera. Perché?

Il costume del pastore di Matera era molto interessante. Racchiude alcuni dibattiti di oggi, legati all’integrazione. E’ un costume arabo, tipicamente di origine mediorientale. La figura del pastore ci piaceva perché incarna una responsabilità enorme. Guida un gregge che spesso è il sostentamento di più di una famiglia, eppure non è un uomo ricco. Ci piaceva l’idea dell’uomo inteso come guida.

Simbologie che  ricorrono anche nell’assegnazione dei semi.

Al pastore serve il Bastone per guidare. Il cantastorie lo abbiamo accoppiato alle coppe, per  il suo legame con il vino: canta e si rallegra grazie al vino. Il proprietario terriero, latifondista è colui che poggia sul grano, sul denaro. Il brigante è la falce. Della figura del brigante abbiamo privilegiato quella del contadino che si ribella, dando anche a esso una lettura di elevazione sociale.

In questa impresa avete avuto la collaborazione anche di figure professionali esterne alla Obdo.

Il ragazzo che si è occupato della parte storica è un laureato in filosofia,  Andrea di Lorenzo. L’illustratrice è Patrizia Collarino di Roccanova e poi c’è Raffaele Maiellaro, laura in economia, che si occupa della strategia commerciale.

Qual è adesso il vostro obiettivo?

Sono due. Quello più romantico è vedere l’uso delle nostre carte nei bar della nostra terra, al posto delle napoletane utilizzate fino a ora. E’ il motivo per cui siamo partiti dalle carte napoletane, senza stravolgere tutto. Questo ci ha portati a non rispettare troppo i colori, abbiamo lasciato invariati i colori propri del mazzo napoletano. Chi gioca è abituato a riconoscere le carte in una frazione di secondo. Poi c’è l’aspetto più commerciale, di posizionamento della marca, del brand Obdo. Anche questo si porta dietro un messaggio: far capire che si può dare valore alle attività anche nel nostro territorio.

Le carte sono il frutto di un lavoro cominciato oltre 4 anni fa con la nascita di Obdo. Di che si tratta?

Di un’agenzia di comunicazione formata da tre ragazzi lucani che hanno studiato tutti e tre fuori ma che hanno voluto investire nella propria terra. Facciamo un mestiere che ci permette di lavorare anche fuori dalla Basilicata: quasi la metà dei nostri clienti lo sono. Il primo periodo è stato un po’ più duro, abbiamo dovuto fare educazione alla comunicazione. Spesso entravano nei nostri studi persone che non riuscivano a capire di cosa ci occupavamo.

Siete tre giovani. Da amici vi siete trasformati in soci.

Io faccio il grafico e l’art direction, Francesco si occupa di programmazione web e di siti internet, Giuseppe è altro grafico, ma cura il marketing e le strategie di comunicazione. Tutti e tre abbiamo messo a frutto i nostri percorsi accademici: io ha fatto grafica e art direction allo Ied, Francesco informatica a Milano e Giuseppe ha studiato relazioni internazionali e marketing a Perugia.

Com’è fare impresa in Basilicata?

Di positivo c’è il territorio. Ci metta tante virgolette, ma lo definirei  “una miniera d’oro”. Qui ci sono costi ridotti, il rischio, per un’impresa come la nostra, è ridotto, le agenzie di comunicazione in Basilicata si contano sulle dita di una mano. Però quel che può spendere un’azienda lucana nella comunicazione è meno della metà di una azienda del Nord. Poi c’è la parte negativa rappresentata dalla mentalità della gente che difficilmente riconosce il valore del progetto.

 

 

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