La scintilla l’ha fatta scoccare un professore all’Università brasiliana dove ha discusso una tesi sul samba-jazz . “Devi farci un disco, se la tua ricerca diventa un testo si perderà sugli scaffali di qualche biblioteca. Con la musica il tuo lavoro si diffonderà. Viaggerà nel mondo”.

Un viaggio. Come quello dei popoli costretti a lasciare la propria terra e a disperdersi nel mondo. Un viaggio fatto con la musica e che si porta dentro una ricerca storica e politica che abbraccia l’Atlantico e il Mediterraneo. E’ questo il significato di “Tabaco y Azucar”, primo progetto discografico di Antonio Colangelo.

Nato nel 1978 a Stigliano, in provincia di Matera, Antonio Colangelo  vive da una dozzina di anni in Brasile dove insegna nella Scuola di Musica Rafael Bastos, una delle più grandi e premiate scuole brasiliane.

Ha studiato pianoforte classico fin da bambino. A 15 anni ha iniziato a suonare la chitarra, suo grande amore, al punto da realizzarne una che porta la sua firma e una dedica speciale al suo mito musicale.

Ha studiato chitarra jazz all’Accademia dei Musicisti Associati di Napoli. In Brasile si è specializzato in jazz e musica brasiliana, studiando e suonando con musicisti nazionali ed internazionali. Ha coordinato e insegnato in corsi di chitarra, workshop e masterclass in importanti scuole di musica e università. Ha ottenuto un Master di Ricerca presso l’Università Federale di Santa Catarina in Brasile, discutendo la tesi su ”Samba-Jazz: un viaggio transculturale negli interstizi della Musica Contemporanea” che è alla base di questo lavoro discografico e un Master in “Processi Creativi nella Musica Popolare: Jazz e Musica Brasiliana” presso l’Università Internazionale Berklee – Souza Lima a San Paolo (tesi su “Pat Martino e la Musica Post-Tonale: Simmetria applicata all’Improvvisazione Jazzistica”).

Negli ultimi anni ha suonato in diversi progetti musicali di jazz e musica brasiliana in festival ed eventi in Italia e in Brasile.

Tabaco y Azucar esplora sonorità jazzistiche, mediterranee, latine e brasiliane; è edito da DodiciLune Edizioni Discografiche. Sono

nove composizioni originali del chitarrista lucano affiancato dal bassista Vincenzo Maurogiovanni, dal pianista Mirko Maria Matera, dal batterista Pierluigi Villani e, in alcuni brani, dagli ospiti Cesare Pastanella alle percussioni, Rafael Calegari al basso, Neto Fernandes alla batteria, Cristian Faig al flauto traverso e Fabio Mello al sax tenore. La ricerca che sta alla base del disco percorre le rotte di alcuni popoli dell’Atlantico e del Mediterraneo e grazie alla libertà creativa del jazz si muove in diverse e imprevedibili direzioni. «Alle immagini della terra e delle radici, i paesaggi sonori dipinti in Tabaco y Azúcar oppongono l’immagine del mare: un sistema vivo e in movimento», scrive Colangelo  nelle note di copertina. «Ho voluto esplorare le possibilità e le sonorità di una musica ibrida e sincretica, che vuol dissolvere nei suoi scivolosi spazi marittimi la dittatura simbolica del sangue e della memoria, portatrici tanto del mito della purezza e della perfezione, quanto del loro opposto, riflesso nella corruzione e nella decadenza. In questo clima di odio che si è diffuso negli ultimi anni in Europa e nelle Americhe credo nella necessità di nuove elaborazioni identitarie, più umaniste, pacifiste e cosmopolite, che nella musica possano incontrare una delle più belle ed efficaci forme di concretizzazione».

Quando nasce “Tabaco y Azucar”?

E’ stato come un parto. Anzi due: ci ho impiegato quasi due anni perché volevo fare tutto al meglio.

Come arriva in Brasile?

Vivo in Brasile da 12 anni. Ci sono arrivato perché prima lavoravo nella cooperazione. Qui insegno in una scuola di musica. Insegno da oltre dieci anni. Insegno chitarra, soprattutto elettrica e sono il responsabile della musica di insieme, la musica in gruppo.

La sua preparazione musicale è classica…

Sì, quasi per caso. Ho cominciato a suonare che avevo sette anni. Vivevo a Stigliano, in provincia di Matera.  Il mio sogno era imparare a suonare la chitarra, ma al mio paese non c’era nessuno che poteva insegnarmela. Avevo una piccola tastiera e decisi di andare a impararne l’uso da un vicino di casa, Salvatore Darino. E’ stata una persona assai importante per me e per la mia formazione, non solo tecnica, ma anche del gusto musicale. Quando sapevo di avere lezione di musica, mi presentavo a casa sua con largo anticipo, mi piaceva sentire quel che suonava. Soprattutto jazz. Anche se a me insegnava il pianoforte classico. Ho studiato sei anni con lui.

Poi è arrivata la chitarra.

A 14 anni ho comprato la chitarra che era il mio sogno ed ho commesso un grande errore: ho venduto la tastiera . Mi spiace molto. Me ne pento. Ma con la chitarra ho cominciato a suonare nelle prime band di amici, in paese, le garage-band di Stigliano. La mia si chiamava Astrolabio: suonavamo la musica progressiva, i King Crimson, i Jethro Tull. Ma ci piaceva andare a scoprire anche le band musicali progressive degli anni Sessanta e Settanta italiane, ormai cadute nel dimenticatoi: gli Osanna, Il Balletto di Bronzo.

A un certo punto ha lasciato Stigliano

Sono andato a Napoli, a studiare Scienze politiche all’Orientale. Ho proseguito a studiare anche musica ed ho avuto maestri musicali importanti. Paolo Del Vecchio, ad esempio, dell’Accademia dei musicisti, dove insegnavano gente come Antonio Onorato e Daniele Sepe. Paolo era il chitarrista di Peppe Barra. Studiavo soprattutto gipsy jazz, che ho continuato a studiare anche in Brasile. Un mio caro amico mi stimolava tanto, un grande bluesman, Gennaro Porcelli, chitarrista di Edoardo Bennato.

per cinque anni ho fatto una full immersion di blues acustico. In Italia, prima di trasferirmi in Brasile, suonavo soprattutto blues. Poi qui ho iniziato a studiare la Bossa Nova, ho ripreso il filone del jazz, quello brasiliano, il latin jazz, ho studiato bebop.

Il suo disco nasce da una ricerca…

Ho fatto un master di ricerca  nell’ Universitá Federale di Santo Caterina (UFSC). Il mio orientatore, l’antropologo italiano, Massimo Canevacci. Alla fine del percorso mi ha detto: “Antonio tutti possono fare un dottorato, tu devi farci un disco. Una ricerca finisce negli scaffali di una libreria. Se vuoi divulgare quel che hai prodotto lo devi trasformare in un disco”. Così è nata l’idea di un concept album, che parte dalla ricerca

“Samba jazz, un viaggio interculturale negli interstizi della musica contemporanea”.  Una ricerca sulla diaspora dei popoli dell’Atlantico, che poi ho allargato anche alla diaspora dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo.  Uno dei punti di riferimento é stato un libro di Ian Chambers, che parla della costruzione artificiosa dei due blocchi, quello judaico-cristiano e quello arabo-musumalmano. Il titolo del libro é “Mediterraneo Blues”, una ricerca che svela la farsa di questa ricostruzione fatta dalla politica, attraverso l’analisi delle continuità tra le diverse culture musicali del mediterraneo. Chambers continua nel Mediterraneo la ricerca che Paul Girloy, nel suo libro “Black Atlantic”, ha fatto sull’Atlantico, ricostruendo culturalmente la diaspora africana. Entrambi sono fenomeni transculturali. Ed in entrambi il mare é il protagonista. Come nel mio disco  “Tabaco y Azucar”, che prende il nome dalla ricerca dell’antropologo cubano Fernando Ortiz, “Contraponteo Cubano del Tabaco y del Azúcar“, nel quale appare per la prima volta il concetto di transculturalismo, centrale tanto nella ricerca de Gilroy quanto di Chambers. La mia è una ricerca politica, non solo musicale. Un tema che altri hanno trattato prima di me, ma che io ho cercato di esprimere attraverso la musica.

Quali legami ha mantenuto ocn la sua terra, la Basilicata?

Uno è anche contenuto nel disco. Un brano si chiama Crocco & Lampião, il nostro brigante Carmine Crocco e un personaggio del Nord Est del Brasile, Lampião ,

un cangaceiro, che come il brigante può essere assimilato a quel fenomeno che alcuni definiscono “Banditismo Contadino”.

. Un omaggio che sottolinea anche le vicinanze tra il nostro Sud e il nord est del Brasile. Ci accomunano stereotipi, pregiudizi. Ho voluto omaggiare questo.

C’è una chitarra che porta la sua firma…

Da anni collaboro con la Marvit un’azienda napoletana che produce chitarre di alto livello.  M

Abbiamo progettato e realizzato insieme una chitarra che porta la mia firma, Naima.

Quando è arrivato il momento di doverle attribuire un nome ho pensato subito che dovesse essere femminile, per quelle forme che ha la chitarra, quel colore rosso. Ho scelto Naima perché è un pezzo di John Coltrane, l’artista che è il mio punto di riferimento. Un brano che ha dedicato alla moglie: lo stavo suonando con la mia chitarra quando mi venne l’idea. E poi è  anche un nome che unisce due mondi, due culture: è arabo ma è assai diffuso negli Stati Uniti. É stata la prima chitarra archtop (semi-acustica) realizzata dalla Marvit.

Quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?

Adesso voglio dedicarmi alla divulgazione di questo progetto musicale. Un po’ di promozione. Sto organizzando una doppia tournée, in Brasile ed in Italia. Abbiamo ricevuto già diverse richieste. Anche se questo è il mio primo album, ho suonato molto in passato e tante persone mi conoscono.

 

 

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