In direzione contraria. E ostinata. Le parole prese a prestito da Fabrizio De André raccontano perfettamente chi è e cosa fa Vito Verrastro, giornalista free lance che, da Potenza, con una trasmissione radio che viene trasmessa in tutta Italia – Lavoràdio –  racconta il mondo del lavoro. Non una semplice rubrica radiofonica ma una vera sfida culturale, perché quel racconto Verrastro lo fa con un’ottica positiva: non il lavoro che manca, quello che si perde e di cui sono zeppe le cronache. Vito Verrastro racconta le storie di chi si è messo in gioco e di chi ce l’ha fatta, per dare ai giovani un esempio concreto di come muoversi in un mondo che cambia repentinamente e mette in discussione ogni certezza acquisita e consolidata. Non a caso, il logo della trasmissione ha un accento sulla a, ad indicarne il tempo infinito ma anche a tracciare una strada per un futuro, che – come sottolinea il suo autore – ognuno deve cominciare a trovare in se stesso. Così nasce quello che lui stesso chiama “il pianeta delle opportunità”.

Le storie di chi, dopo aver avuto successo fuori dal nostro Paese è tornato per mettere a disposizione le proprie competenze, le ha raccontate in un libro “Generazione boomerang” (Rubbettino editore). E’ questa la filosofia del giornalismo costruttivo che Verrastro applica in maniera esemplare. E che racconta – per radio o attraverso incontri diretti – ai giovani, agli studenti. Con un consiglio, prezioso, che dispensa: impariamo ad imparare.

Come nasce Vito Verrastro giornalista?

Faccio da sempre il giornalista, una passione scoperta alle scuole superiori. A Potenza ho cominciato a collaborare con alcune testate locali, televisioni, radio, quotidiani e settimanali. Poi,in modo del tutto casuale, ho iniziato una collaborazione con Rds, Radio Dimensione Suono. E’ durata quattro anni. Poi ho fatto parte della squadra di Inn tv, era una emittente satellitare che anticipava le televisioni all news di oggi. Era il periodo in cui c’erano ancora Stream e Dpiù, le piattaforme antenate di Sky. Rimanendo nel campo della comunicazione, poi, sono passato dalle collaborazioni alla gestione di uffici stampa: dal 2001 lavoro per la Camera di Commercio, faccio consulenza e progettazione. Essere free lance ti dà ogni giorno la possibilità di avere il timone in mano, di scrivere ogni giorno il proprio destino. Una consapevolezza che ho maturato quando, dopo aver lavorato dal 93 al 95 per l’emittente televisiva Trm, la redazione potentina chiuse e mi ritrovai senza lavoro: dissi che non avrei messo mai più la mia vita in mano a un solo editore, a una sola persona. Benedetta fu quella scelta: da lì nacque la mia carriera di free lance su tanti fronti contemporaneamente. Ho pensato che differenziando il mio lavoro, cercando di aprire il ventaglio tenendo come punto fermo la comunicazione ma esplorando territori affini avrei potuto maturare delle competenze che in effetti sono risultati molto utili.

E l’esplorazione del mondo del lavoro dove affonda le sue radici?

La verticalizzazione sul lavoro è iniziata nel 2012. Confesso che sono cresciuto a pane e Millionaire, la rivista che racconta storie di persone di successo. L’ho scoperta trent’anni fa, sono un assiduo lettore tanto che oggi conosco ed ho rapporti con tutti i redattori. Racconta chi si mette in gioco, propone consigli degli esperti. Dovrebbe essere proposta agli studenti, nelle scuole: i main stream ci danno sempre letture negative del lavoro, quello che non c’è, quello che si perde, Millionaire con le sue pagine fa viaggiare in un mondo in cui il lavoro è declinato in possibilità e opportunità. Ai miei figli provavo a dire che quell’ottica era solo un aspetto del lavoro. Una verità, ma c’è tanto altro che funziona e che dobbiamo scoprire. Da lì l’idea. Era il 2012 non avevo più fatto radio da molto tempo andai da un amico editore, Gianluigi Petruccio e gi chiesi: “se mi presti un’ora la settimana la radio e mi fai registrare qualcosa, io metto su un format che racconti il lavoro che c’è o che si può inventare”. Era il Millionaire della radio, in un certo senso.

Questo lo chiama giornalismo costruttivo?

Quando l’ho avviato no. C’era una sorta di responsabilità culturale e sociale, all’inizio non l’ho fatto per business, ma chiedendomi cosa potevo fare io, piccolo giornalista, da un minuscolo territorio per essere utile  a chi aveva perso le coordinate del lavoro. Lo spirito è rimasto quello ancora oggi, dopo otto anni di trasmissione che rimane autoprodotta, auto sostenuta, autofinanziata, senza pubblicità. E’ veramente una missione culturale. Mi sono reso conto che si trattata di giornalismo  costruttivo quando Assunta Corbo, collega giornalista di Milano che si occupa di temi legati alla gratitudine, ha sostanzialmente importato in Italia il concetto del solutions journalism, nato nel Nord Europa, in Italia giornalismo costruttivo: non sono le buone notizie. E’ un giornalismo che, davanti ai problemi si pone la domanda: cosa possiamo fare? Si analizza lo scenario e si offrono  soluzioni. Io lo faccio raccontando scenari, professioni emergenti, storie di chi si mette in gioco.Lo faccio grazie soprattutto ai tanti esperti di grande livello, che ringrazio, che gratuitamente si mettono a disposizione per dare consigli, offrire strumenti e indicazioni per far maturare più consapevolezza e responsabilità.Tutto questo finisce in un calderone di sedici minuti settimanali che è Lavoradio e che diventa una bussola, ispirazione, tentativo di emulazione rispetto alle belle storie. Penso che una sua utilità sociale ce l’abbia. Io la penso come una rubrica di servizio.

C’è un momento o una situazione che le ha fatto dire: ho centrato l’obiettivo?

Ogni tanto arrivano messaggi in cui la gente mi ringrazia per il modo di raccontare queste cose. Qualcuno mi ha detto: “avevo un’idea nel cassetto, ho sentito le storie che racconti e ho deciso di mettermi in gioco”. Nell’ultimo periodo accade maggiormente, da quando abbiamo incasellato nella cornice del giornalismo costruttivo si è capito ancora di più la missione del magazine e qualcuno mi scrive e mi ringrazia. Ognuno di noi può fare qualcosa: dovremmo chiederci un po’ tutti cosa possiamo fare per gli altri, anziché piangerci addosso che è il nostro sport nazionale.

Com’è cambiato il panorama del lavoro?

Enormemente. Siamo al centro di una tempesta perfetta in  cui globalizzazione e digitalizzazione hanno prodotto una velocità nei cambiamenti incredibile. Questo spiazza tutti, specie chi non è abituato o è legato a paradigmi non scalfibili. Cambia tutto da un momento all’altro. Siamo all’inizio di una trasformazione che ancora dovrà arrivare: tutto quello che è robotizzazione, smart working, algoritmi, avranno un impatto netto. Non solo per chi non ha lavoro, ma anche chi ce l’ha avrà bisogno di ritararsi o sovra tararsi. Non si fa perché il nostro Paese è lento,  le nostre aziende sono piccole, micro, non hanno la capacità organizzativa di poterlo fare. E’ stato stimato che ci vogliono almeno nove settimane per ritarare le proprie competenze. Non lo fa quasi nessuno. Solo le grandi. E questo sarà un problema. Ma ce n’è un altro: le competenze. Incontro migliaia di studenti ogni anno. In controtendenza rispetto ai messaggi che arrivano da ogni angolo, dico loro: il lavoro c’è, mancano le competenze. C’è un dibattito che si sta sviluppando: quello dei robot che ci rubano il lavoro. Invece andrebbe spostato sulle competenze che occorrono per agganciare questi nuovi flussi. Non si fa: non è il lavoro che manca. Migliaia  di posti di lavoro rimarranno vuoti e migliaia di disoccupati dall’altra parte. Questo mismatch è pazzesco, un delitto, una discrepanza che è il frutto di tante cose che non funzionano:  la formazione, i percorsi scolastici e accademici sono  profondamente disallineati dal mondo che si sta invece evolvendo in modo veloce. Paghiamo una mentalità che purtroppo non è avanzata da questo punto di vista: cambiamo solo se ci costringono a cambiare. Ma tutto questo è perdente.

Tutto questo è  diventato un libro?

Il libro nasce dallo stesso solco di andare controcorrente ma dal fatto che ero stanco della narrazione continua che si faceva dei cervelli in fuga: reale, ma non costruttiva,  tendente ad aggregare la lamentela o ad esaltare chi se ne va. Avevo letto la storia di Sandra Savaglio, l’astrofisica che dopo aver girato i migliori centri di ricerca statunitensi e tedeschi era tornata a Rende, nella sua Calabria dove aveva studiato. Il messaggio era rivolto ai ragazzi: ce la possiamo fare anche stando qui, ovviamente avendo una formazione eccellente, un networking internazionale e avendo competenze di livello internazionale. Avevo già avuto incontri con altre persone che mi avevano raccontato di essere tornati e lo facevano con una luce negli occhi particolare. Dopo aver letto la storia di Sandra mi si è accesa la lampadina. L’ho chiamata e le ho raccontato la mia idea: lei mi ha incoraggiato  moltissimo, mi ha detto che nonostante tante interviste, mai nessuno lo aveva fatto in quell’ottica. Mi sono messo a cercare tra varie fonti dal Trentino alla Sicilia, storie di ritorni consapevoli e vincenti: racconto storie di chi  è andato, è partito, si è messo in gioco, ha ottenuto risultati a volte straordinari, ha deciso di tornare e vince anche in Italia, per  rappresentare una traiettoria che oggi potrebbe essere vincente. Non mi piacciono quelli che dicono: tratteniamo i nostri talenti. Abbiamo l’opportunità di contaminarci positivamente, fa bene. Continuo a consigliarlo anche ai miei figli. Ma poi mettiamo a frutto queste competenze e, tornando, potremmo fertilizzare terreni che necessitano di aperture: nasce così Generazione boomerang.

Un consiglio che ha dato ai suoi figli e che darebbe ai figli degli altri?

La meta competenza che tutti ci dicono sarà indispensabile per il futuro è: imparare a imparare. Dentro questa ci saranno tantissime sorti trasversali che sono diventate più importanti delle competenze specialistiche. Sono la curiosità, l’ascolto, la contaminazione, il porsi in ottica di risolutore di problemi , allargare i propri orizzonti e concetti culturali, le conoscenze per analizzare i problemi complessi perché siamo in uno scenario complesso quindi non esistono  risposte semplici, dobbiamo elevare il grado del nostro pensiero critico. Tutto questo paniere, che se  vogliamo è un paniere gratuito perché fa parte  delle competenze, le abilità  che possiamo coltivare, è durissimo da fare: ti devi mettere in gioco e devi capire che per farlo devi studiare, applicarti, uscire dagli schemi, dalle zone di comfort,  ed uscire ad esplorare te stesso ancora prima  di quello che sta cambiando all’esterno. Nessuno insegna a guardarsi dentro, a capire quali sono i talenti, ad ascoltarsi, a farsi le domande giuste. Questo è un grande problema, questa generazione di giovani cresce con grandi fragilità, poca attenzione, poco spirito di concentrazione, con tutto quello che social e tecnologia hanno acuito con poca motivazione. Questo si riverbererà con effetti negativi nei prossimi decenni: il livello di competitività si alza ma noi rispondiamo male a questo livello. Il consiglio?  Imparare a imparare, aprirsi, essere sempre curiosi di imparare le cose anche  apparentemente strane. Oggi consiglio di ibridare le competenze: se vuoi  un profilo umanistico non disdegnare  di fare corsi on line tecnici, matematici, di intelligenza artificiale.

Quali progetti ha in serbo Vito Verrastro?

Ogni giorno mi sveglio pensando alle cosa fare: la mia mentalità di free lance me lo impone. Rispetto a Generazione boomerang vorrei mettere in piedi un premio che da un lato vada a gratificare le migliori storie di ritorno, con l’ottica del give back, chi torna per restituire qualcosa al proprio territorio e dall’altra magari  gli organismi pubblici e privati che mettono in campo strumenti per  favorire i rientri o attrarre i talenti da fuori.

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