Lucio Dalla e, a destra, Vito d’Eri, l’imbianchino lucano che è sosia ufficiale del cantautore bolognese

Tutto è cominciato con una risata. Quella di Luca Carboni, sì, proprio lui, il cantante del “fisico bestiale” che, quando se lo trovò davanti, non seppe trattenere la sua meraviglia. “Ma sei identico a lui. Sputato”. Ecco, per Vito d’Eri ha inizio in quel momento una seconda vita, parallela al giovane partito dalla sua Pisticci, approdato a Bologna dove si guadagna da vivere come imbianchino, il mestiere che si è portato in tasca dalla sua Lucania.
“Ma lui lo sa?”, fu la domanda che gli fece Luca Carboni, durante quell’incontro casuale in un negozio di fiori.
Quel lui era Lucio Dalla. Una goccia d’acqua, con Vito. Uguali. Sputati. “E’ quello che mi dicevano in tanti, ma a me quel termine, ha dato sempre fastidio, non mi è mai piaciuto”, svela Vito d’Eri, 64 anni, quaranta dei quali vissuti a Bologna.

Era l’inverno del 1991 quando tutto è cominciato….
Si, i giorni intorno a Natale. Un giorno mi fermai in un negozio di fiori in via Bassi. La sera dovevo andare a cena con una ragazza e volevo fare bella figura. Mentre sceglievo il mazzo da portar via nel negozio entrò Luca Carboni. Mi guardava e rideva. Ruppi il ghiaccio: posso immaginarmi perché ridi. Lui era nella scuderia di Dalla. Rise ancora di più e disse: Lui lo sa? mi disse. Non credo, risposi. E lui, mentre rideva: Pensa un po’ se lo viene a sapere. In un paio di giorni mi mise in contatto con Marcello Balestra che era il segretario di Lucio Dalla in quel periodo. Ci incontrammo, andammo a pranzo insieme. Parlammo per oltre tre ore. Facevo, come ora, l’imbianchino.

Così è diventato il sosia ufficiale di Lucio Dalla.
Non mi sono inventato. E’ stato lui a definirmi in questo modo. Anche se
ero già andato ai Fatti vostri, dovevo partecipare a L’angolo del sosia sui canala Mediaset, una trasmissione che presentava Iva Zanicchi.

Però poi è arrivato Lucio ed è cambiato tutto…
Grazie a Lucio ho conosciuto tanta gente, ho partecipato a tanti concerti.

L’ha mai usata al posto suo qualche volta?
Certo. Al Festivalbar, in una serata ad Ascoli Piceno mi mandò sul palco per le prove, perché lui non voleva perdere la partita di basket tra Virtus e Fortitudo. Un’altra volta al concerto di Gigi D’Alessio allo stadio Olimpico di Roma, con trentamila spettatori. La canzone da cantare era Napulè, con Gigi Finizio, Sal Da Vinci, Lucio e Gigi. Al momento in cui toccava a Dalla sono uscito io. Facemmo le prove di nascosto, nel garage di casa di Gigi D’Alessio. Neppure il regista del concerto era stato informato di questa cosa. Era il 2006.

E da quando Lucio non c’è più?
Mi chiamano spesso.C’è un cantautore di Milano Stefano Fucini, vive ad Ascoli Piceno, mi coinvolge per fare qualche serata con lui.

E quando va in giro per strada?
C’è chi sbarra gli occhi. Agli inizi mi dava fastidio. Non ero abituato a certi termini. Mi dicevano: sei sputato a Lucio dalla. A me quel termine dava fastidio. E tanti si fermano, mi chiedono le foto, mi chiedono aneddoti che riguardano Dalla. Ci vorrebbe una giornata per raccontare tutto.

Di recente ha fatto parte di un progetto, con il tenore bolognese Cristiano Cremonini, La finestra di Lucio.
Bellissimo progetto che coinvolge anche i giovani artisti bolognesi. Ha avuto tanti riscontri, riceve tanti complimenti, da personaggi importanti, da persone vicino a Lucio. Sono cose che mi lusingano. Anche se rimango coi piedi per terra, sono sempre l’imbianchino partito quarant’anni fa da Pisticci. Sono rimasto fedele a quel che Lucio mi diceva spesso: Vitone, ora tanta gente ti fermerà, ti prospetterà e proporrà cose da fare. Falle pure, ma solo se ti riesce. Come dire, non andare mai oltre le proprie possibilità. Io racconto quel che mi ha fatto vivere e conoscere lui. Non mi metto certo a cantare le sue canzoni. Non è questo che mi interessa. Conosco persone che con Lucio in vita hanno sputato nel piatto dove mangiavano e ora sono tutti ossequiosi alla sua figura. Questa umiltà credo, mi provenga dalle mie radici, dalla mia Basilicata.

Cosa le manca di Lucio?
Lui mi definiva il fratello minore che non ha mai avuto. Se ci penso mi commuovo. Lucio mi chiamava per parlare.Per risolvere piccoli problemi. Una volta voleva che gli imbiancassi il filo del telefono: era bianco e lo voleva nero. Gli dissi, non fai prima se te lo fai cambiare? No, voglio che me lo vernici, non chiederti il perché. Dalla mi ha stravolto l’esistenza. Io non ero capace nemmeno di declamare una poesia di quelle che si imparano a cantilena alle elementari, quelle che dicevamo in famiglia per Natale. Lui ha avuto la capacità di portarmi in televisione, di farmi salire su un palco. La prima volta al teatro Duse, mi vide dietro le quinte, dove stava facendo un concerto con tanti ospiti, mi prese e mi portò in ribalta. Mi voleva bene. L’ho visto anche commuoversi.

Un ricordo materiale ce l’ha?
Certo che ce l’ho. Il cugino mi ha dato dei cappellini e degli occhiali. Un suo ex amico mi ha dato un abito. Non c’entro, è un Armani. Lo tengo come una reliquia. E poi ho il cappello, quello usato alla stazione termine di Roma per un concerto. E’ un cappello dell’Ati, dell’aviazione. Ho tanti cimeli che mi ricordano di Lucio.

E Pisticci quale posto ha nella sua vita?

Lì mi conoscono tutti. Anche i bambini. Eppure manco da quarant’anni. Prima di Bologna sono stato a Parigi. Ero un ragazzino quando sono andato via, 47 anni fa. Le amicizie ci sono e rimangono. E poi con questa faccia che mi ritrovo le amicizie sono aumentate.

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