C’è un nastro che le avvolge. Prima è trasparente, poi diventa bianco, spesso. Avvolge i loro volti, passa tra i loro capelli, ne copre gli occhi, a volte la bocca. Ne nasconde, per fortuna solo in parte, la bellezza. Sono le “Evanescenti prigioni” di Rosa Cifarelli, pittrice di Montescaglioso, che vive e lavora a Matera.

Gabbie che non sembrano gabbie, che permettono di esplorare gli sguardi: il magnetismo degli occhi o un piccolo particolare capace di trasmettere i loro  pensieri,  i dolori, le emozioni. Perché quei nastri sono le zavorre che tengono ancorate le donne che Rosa dipinge con una tecnica che potrebbe far invidia a un fotografo per il realismo che riesce a trasmettere.

Zaira, una delle tele di Rosa Cifarelli

Quei nastri non avvolgono solo i corpi, ma anche i sogni, i sentimenti, la parola e le ambizioni delle donne alle quali Rosa dà  una speranza di riscatto attraverso le sue tele. Come Zaira, che Cifarelli ha dipinto con un nastro che le copre la bocca, che le “ruba” le parole, i suoni. Ma lei, l’autrice, quelle parole a Zaira le ha regalate in altro modo, disegnandole attorno… O come Adele o Carlotta: sono donne donne forti, coraggiose, capaci di grandi slanci d’amore, ma anche fragili e insicure. Insomma, sono ogni donna del mondo.

Partiamo dalla tecnica…

Dipingo ad olio su tela. E’ una tecnica in continua evoluzione, perché arriva da lontano. Il nostro passato artistico è una grande eredità e la formazione di ogni artista è fatta alla scuola dei grandi maestri, nel mio bagaglio c’è tanto del Rinascimento, di Caravaggio, ma anche dell’impressionismo, naturalmente ognuno cerca il suo stile per potersi esprimere al meglio, la passione per il ritratto e per la cura del particolare mi ha portata verso una pittura molto realistica quasi fotografica.

 Questa la tecnica, poi c’è il contenuto: i suoi quadri parlano al femminile.

La donna è sempre stata fonte di ispirazione, da sempre. Non solo per me. Mi sono legata al tema della violenza, trattata in maniera personale, né cruenta, né troppo descrittiva. Un nastro bianco, che all’inizio era trasparente e che serve a imprigionare le mie donne. Sono prigioniere di tutto: delle paure, delle costrizioni, delle convenzioni, dei pregiudizi. I nuovi lavori sono un po’ più liberi, la donna che propongo nei miei dipinti è un po’ più libera.

Nei suoi ultimi lavori è sparito quel nastro, significa che è stato compiuto un passo in avanti?

Si, una evoluzione. Come a voler significare che c’è una via d’uscita.

Le donne che dipinge sono vere? Sono persone e situazioni che ha incontrato davvero nella sua vita?

Alcune. Spesso sono modelle. Cerco di trasmettere loro il mio pensiero, il mio modo di vedere alcune problematiche. Catturo i loro sguardi o vengo colpita da una luce particolare. Spesso, invece, sono loro a trasmettere a me qualcosa che poi  trasferisco sulla tela.

Il suo percorso professionale passa dall’Accademia di Brera…

Ho fatto il liceo artistico a Matera, arrivando dalla provincia. Sono di Montescaglioso. Quando scelsi di frequentarlo lo avevano aperto da poco. Poi, finite le superiori, con una amica decisi di trasferirmi a Milano per frequentare l’Accademia di Brera. Ma lì non ho studiato pittura, forse per mancanza di fiducia nei miei mezzi. O solo per un discorso utilitaristico: scelsi decorazione, ho studiato mosaico e vetrata pensando che l’esperienza acquisita mi avrebbe potuto garantire un lavoro. Invece, alla fine, ho percorso la strada che non pensavo di fare, l’artista. Se potessi tornare indietro seguirei i corsi di pittura. In tutti questi anni ho dovuto sopperire da sola a certe mancanze.

Ha trattato, prima delle donne, un altro tema: quello dell’infanzia.

Ho partecipato a una iniziativa di Ermanno Tedeschi, “Unforgettable childood, l’infanzia indimenticabile”, esponendo i miei lavori in mostre che si sono tenute a Roma e a Torino. Mentre “Evanescenti prigioni” era stata presentata, come mostra, nell’ambito di Matera 2019, con una suggestiva esposizione in un caratteristico locale tra i Sassi.

Però  i progetti futuri non sono fermi…

Continuerò sul progetto femminile, sto già lavorando su altri dipinti. Non ci saranno più le

Le nuove donne di Rosa Cifarelli, una delle ultime tele realizzate

donne ingabbiate, non ci sarà quel nastro a imprigionarle. Resta però la bellezza.

Quindi ora dipinge una donna più libera?

I riferimenti alla violenza di qualsiasi tipo, seppure piccoli,  ci saranno sempre.

Ha sottolineato che non se la sentiva di vestire i panni dell’artista all’inizio di questo percorso: com’è lavorare nell’arte in Basilicata?

Fare l’artista qui è più difficile che altrove. L’intera regione è un po’ chiusa sul tema dell’arte. Aiuta molto il fatto di essere vicini con il web, con la tecnologia che annulla le distanze, ma il territorio è in sofferenza sul fronte dell’arte.

E la condizione della donna oggi com’è?

La mentalità maschilista è molto difficile da scardinare ma ci sono stati nel corso di questi anni molti segnali positivi che lasciano ben sperare in una donna sempre più consapevole delle proprie potenzialità.

 

 

 

LASCIA UNA RISPOSTA

Per favore inserisci il commento
Per favore inserisci l tuo nome