E’ una fotografia che mette in evidenza un “volto” senza trucco, segnato dal tempo e dalla fatica,  dagli errori che sono figli di scelte sbagliate o non fatte, di immobilismo, di mentalità e soprattutto di un fenomeno che rischia di diventare irreversibile: lo spopolamento.

“Basilicata. Ritratto con rughe”, il libro che Mario Restaino, giornalista, caposervizio dell’Agenzia Ansa regionale, ha appena pubblicato con Grafie edizioni di Potenza (123 pagine, euro 10), racconta tutto questo, mette sul tavolo dell’analisi anche alcuni quesiti in cerca di risposte ma capaci di innescare una discussione. E che potrebbero segnare la strada da percorrere per il futuro affinché la Basilicata non resti, per dirla con le parole di Mario Restaino, “in mezzo al guado”.

Il saggio ripercorre la storia della regione nell’ultimo quinquennio, caratterizzato dalla sconfitta del centrosinistra dopo un lungo dominio alla guida della Basilicata. E analizza i limiti mostrati dalla politica e dai partiti “senza distinzioni di colore e di schieramento”.

Le vie d’uscita, però, per Restaino ci sono:  le risorse naturali, dal petrolio all’acqua, dal patrimonio paesaggistico a quello artistico. Semmai serve una visione più ampia, la capacità di intraprendere nuovi percorsi, di tentare strade diverse da quelle del passato. Ma per farlo – sottolinea l’autore – la politica deve spogliarsi dell’eccessiva visione ideologica delle questioni e i corpi intermedi, la società civile, devono avere una visione meno egoistica.

Partiamo dalle rughe che lei racconta come caratteristica della Regione: sono rughe di vecchiaia o di fatica?

In parte sono di vecchiaia, perché la Basilicata deve fare i conti con lo spopolamento. I giovani se ne vanno, i paesi si svuotano. Questo fenomeno rischia di diventare una malattia mortale per la regione. Ma sono anche rughe di fatica. Una decina di anni fa la Basilicata era una regione in mezzo al guado: non si sapeva se potesse approdare allo sviluppo o se fosse rimasta in una zona grigia,  negativa. Ritengo che sarebbe brutto, tanti anni dopo, riproporre la stessa immagine. Certo, la Basilicata non ha i mali di altre regioni, come la criminalità organizzata, ma ha lo stesso problemi che non riesce a risolvere. Penso alle infrastrutture, ad esempio, che la penalizzano tantissimo. Ma, tornando alle rughe, se riflettiamo, forse scopriamo che ne esistono anche di altre tipologie.

Restiamo alla sua immagine di una regione in mezzo al guado: cosa non ha permesso di raggiungere l’altra parte della riva, quella dello sviluppo?

A un certo punto i progetti di sviluppo e i programmi previsti non sono più stati seguiti. Purtroppo neppure più finanziati. Con la fine dell’intervento straordinario –  che appartiene a un momento in cui politicamente il meridione era visto come un pozzo senza fine delle spese italiane – sono stati ridotti  i finanziamenti e questo, ovviamente, ha prodotto dei danni. Ma, lo dico chiaramente, non è solo questo a danneggiare. Il libro coglie i segnali di una parte della società che rifiuta l’immagine di un Mezzogiorno assistito e vorrebbe un Sud capace di  mettersi da solo alla prova per cercare una via per migliorare la situazione. Questo “movimento”, questa voce la vedo ancora minoritaria, ma è una esigenza reale la necessità di prendere tra le mani il proprio destino. O la si farà coscientemente o sarà costretta a farlo. La Basilicata non può pensare che qualcuno arrivi e risolva il problema dello spopolamento. Credo che alcune aree non siano più fertili, vanno considerate perdute, se non altro per lo sviluppo. La classe politica deve percorrere strade nuove, quelle sondate fino a oggi non danno futuro.

Chi deve fare la parte principale?

Senza dubbio la politica. Ha la responsabilità di fornire programmi e indicazioni, perseguire questi obiettivi. Semmai il dubbio è: può la politica attuale farcela? Temo fortemente di no. E soprattutto non da sola. Penso, l’ho scritto nel libro, che altri soggetti sociali debbano rimboccarsi le maniche, scendere in campo, nel senso di prendere posizione, far riflettere l’opinione pubblica, dare la scossa necessaria a rendersi conto di quello che sta succedendo. Questo al netto dell’emergenza sanitaria che ormai dura da un anno. Un anno perso, equivale, nella fase del recupero, a molto più tempo. Non eravamo ancora usciti dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Servono scelte radicali e nuove: mi domando se la classe politica sia pronta. La risposta che riesco a darmi è ancora negativa. E poi, gli altri corpi sociali sono pronti a reagire a questo mondo nuovo che l’emergenza sanitaria ci lascerà? Ho l’impressione che questa prontezza non ci sia.

Qual è l’ostacolo da combattere?
La visione superata dei problemi e la tendenza che la politica e la società hanno ad affrontare i problemi con strumenti vecchi. Parliamo dello spopolamento. Servono vie nuove, come ci insegna l’esempio francese. Lì è stato fatto uno sforzo per invertire la tendenza. E dà risultati, la Francia è riuscita a ribaltare l’indice di natalità. Se non affrontiamo il problema alla radice, anche impegnando molti fondi, per cogliere l’obiettivo, non ne usciamo. La demografia è strana: i problemi che nascono oggi si scontano per anni in futuro. Dobbiamo interrompere questa tendenza.

 L’estrazione del petrolio in Val d’Agri e l’arrivo della Fca nel Vulture e nel Melfese,  sono scommesse perse?

No, assolutamente no. La Basilicata deve fare la pace con questa realtà: per le estrazioni del petrolio prendiamo decine di milioni di royalties. Sono soldi che servono. Ad esempio una parte viene utilizzata dalla Regione per contribuire alla vita dell’Università della Basilicata. Gli ambientalisti, che rispetto, ogni tanto caldeggiano la dismissione delle perforazioni. Pur non considerando alcune questioni logiche, come gli investimenti fatti dallo Stato e dalle compagnie petrolifere e il peso di questo petrolio lucano nella bolletta energetica nazionale,  credo sia il caso di fare pace con l’estrazione. Piuttosto guardiamo a come utilizzare i soldi che arrivano dal petrolio. Lo stesso pensiero è per la Fca che ha cambiato il destino di una intera area. Secondo l’ultimo rapporto Svimez il Melfese è la zona che ha beneficiato di più e meglio della presenza di quello stabilimento. Magari ce ne fossero altri.

Ma ci sono altri settori produttivi, magari più locali, su cui puntare?

Matera capitale europea della Cultura nel 2019 è stata una vetrina fantastica per la città, entrata in una dimensione internazionale, e per la regione intera. Credo che tutta la Basilicata o gran parte di essa sia ancora da scoprire: le bellezze dei paesi, il patrimonio artistico e quello naturale. Serve un maggiore sforzo, credo che vada fatto anche negli altri settori produttivi, cercando di mettere insieme il futuro dei settori con il futuro dell’economia in generale. Ad esempio dobbiamo chiederci: l’agricoltura ha ancora un futuro? E se sì, in che senso? La risorsa dell’acqua può essere messa a profitto per  tutta la Basilicata? Anche in questo caso credo di sì,che sia necessario percorrere questa strada, ma la Regione deve diventare meno impenetrabile di quant’è ora, deve avere meno difficoltà ad essere raggiunta. Servono reti infrastrutturali nuove e moderne. Anche in quetso caso un esempio: in Basilicata non c’è un aeroporto. Non so neppure se sia sostenibile, se ce lo possiamo permettere. Ma fa riflettere sulle difficoltà che si possono avere per raggiungere la Basilicata.

Nel suo libro ci sono tante considerazioni e tanti quesiti, ma per tracciare una strada che vada verso il miglior futuro, c’è un messaggio ottimistico?

Certo. Se politica, i corpi intermedi, la cultura e la stessa informazione decidono di tirare il carro in una unica direzione, mettendo impegno, idee, programmi e progetti nuovi, decidendo una graduatoria delle risorse, concentrandole su un obiettivo condivisibile da tutti e realizzabile in tempi brevi, la Basilicata può avere un ruolo. Però il tempo lavora a svantaggio di tutto questo: più passano gli anni, più si perdono popolazione, infrastrutture e servizi. Per difendere la Corte d’Appello, che stava per essere portata via da Potenza, abbiamo dovuto protestare a lungo. Ma attenzione: tutti dovranno fare uno sforzo in questo senso, invece vedo molta lotta politica ideologizzata e i corpi intermedi che vivono del loro presunto benessere, forse un po’ egoisticamente. Se questo benessere fosse visto anche per il bene degli altri, della comunità, l’angolo visuale potrebbe cambiare e con esso anche le decisioni che devono essere prese.

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