Le storie, gli eventi, belli o brutti, si possono raccontare in modi diversi. Ad esempio attraverso i numeri. Sono freddi, vanno interpretati e analizzati. Ma sono evocativi. Oppure si possono usare le parole, quelle più ricorrenti, le più significative, i top trend, diremmo oggi. Ma i fatti si possono raccontare anche attraverso i suoni, le immagini, le voci e i volti dei protagonisti.

Se partiamo dai numeri, per raccontare quel che avvenne il 23 novembre di 40 anni a cavallo tra la Basilicata e la zona campana dell’Irpinia, dobbiamo dire che tutto avvenne in 86 secondi.

Tanto fu il tempo che impiegarono sette scosse, la prima che sfiorò i 10 gradi della scala Mercalli, le altre intorno al sei, per seminare morte e distruzione. Erano le 19,43 di una domenica d’autunno. Una bella domenica: c’era il sole, 15 gradi, la gente era uscita. Era andata al cinema, in discoteca, a fare passeggiate, a quell’ora al bar a vedere la televisione o in chiesa. Era la routine delle domeniche pomeriggio nei nostri paesi. I numeri ci danno anche la dimensione dei morti e, andando avanti, lo sforzo economico per la ricostruzione: oltre 2900 le vittime, quasi 9000 i feriti, 350mila le abitazioni che furono distrutte o danneggiate.

Le parole sono meno fredde dei numeri e possono essere macigni: alla paura e alla morte, si sono susseguiti il dolore, la disperazione, l’isolamento. I paesi colpiti non avevano energia elettrica, le linee del telefono erano interrotte. Non c’erano i cellulari, non c’era alcun altro mezzo per comunicare all’estero. L’unico filo col mondo fuori da quella tragedia era la radio, quella dei radioamatori, o i transistor, la radiolina a pile, le radio dentro le automobili, che erano diventate il rifugio sicuro di tante famiglie, in quei primi giorni della tragedia.

E proseguendo ancora nelle parole, aiuti, solidarietà, ritardi. Ma anche disorganizzazione. I volontari che arrivarono sul posto si trovarono davanti al caos.  Decine e decine di corpi sotto le macerie sulle quali furono versati calce e disinfettante per paura di una epidemia. Chissà, se con un intervento più tempestivo, quelle persone si fossero salvate…  Fu in quell’occasione che nacque la necessità di un commissario che coordinasse tutto. Fu in quell’occasione che nacque la Protezione civile. E ancora, ricostruzione che purtroppo, fa anche rima con corruzione.

Quegli 86 secondi hanno lasciato un segno indelebile. C’è un prima e dopo terremoto. E il dopo è anche trasformazione: sono cambiati i paesaggi, i vecchi paesi abbandonati e ne sono nati di nuovi, forse più impersonali, senza anima ma con la memoria.

E poi ci sono le immagini: i volti, quelli che hanno immortalato i fotografi e le telecamere delle tv. Volti segnati dal tempo e dal dolore, solcati dalla disperazione di una vita da ricostruire da capo. Quel volo in elicottero che il presidente della Repubblica Sandro Pertini volle fare, due giorni dopo la scossa. Volle anche scendere tra la gente, Pertini. Volle portare la sua vicinanza, a solidarietà, la sua promessa di vicinanza, ma anche denunciare a voce piena, il senso di vergogna anche aveva provato nel sorvolare l’area del cratere del sisma. Le sue parole, che vennero diffuse a reti unificate, ebbero il merito di compattare un paese che, anche solo geograficamente, sembrava troppo lungo, troppo distante.

E poi le voci. Le grida impaurite, arrabbiate, le richieste d’aiuto. Una su tutte, quella raccolta dal giornalista Mario Trufelli, all’epoca responsabile della redazione lucana della Rai: il grido d’aiuto del parroco di Balvano, dove il terremoto aveva fatto crollare il tetto della chiesa proprio durante la funzione religiosa. Trufelli ha raccontato quegli istanti molte volte in questi quarant’anni.

Si era attardato in redazione, dopo la fine della giornata di lavoro, quando sentì tremare tutto quel che c’era intorno. Telefonò subito a Roma, per segnalare la notizia al primo notiziario. Era quello di Raidue, che all’epoca andava in onda alle 19,45. A condurre c’era Mario Pastore, Trufelli entrò in diretta per dire che c’era stata una scossa, ma al momento non si sapeva niente di più. Né dov’era stato l’epicentro, né se c’erano stati danni. “Uscendo fuori dalla redazione – ha raccontato il giornalista che da poco ha festeggiato novant’anni – avevo visto gente scappare dalle case, urlare di paura. Qualcuno mi disse che un signore era stato colpito dalle tegole cadute da un palazzo. E che era morto”.

Solo pochi minuti dopo, un tecnico tornò in redazione, dove Trufelli ormai era rimasto, e disse al giornalista che aveva sentito dire che a Balvano la chiesa era crollata addosso ai fedeli. “Per fortuna i telefoni in redazione ancora funzionavano – ha spiegato Trufelli – così provai a telefonare per avere conferma di questo tragico episodio”.

Ed ebbe la conferma della tragedia.

La voce del parroco di Balvano e la sua richiesta d’aiuto

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