Scrivi Senise e leggi peperone. Da prodotto locale il crusco ha conquistato tutto il Paese ed è entrato nelle cucine di molti ristoranti della nostra penisola. Merito della sua originalità. Della sua eccellenza.

 Giuseppe Arleo, Peppe come lo chiamano in paese, da alcuni anni ha dedicato all’oro rosso di Senise una buona fetta della sua attività. Quando lo cerchiamo è sul trattore, a preparare il terreno per la nuova produzione.

Ma è dal suo lavoro sulla biodiversità, sulla salvaguardia e sul recupero di antiche varietà di frutta e cereali, che l’Alsia, Agenzia Lucana di Sviluppo e di Innovazione in Agricoltura, gli ha conferito per quest’anno, il titolo di agricoltore-custode dell’agro-biodiversità e gli ha assegnato il premio Enzo Laganà che, da dieci anni a questa parte ricorda il giornalista e funzionario Alsia, scomparso da alcuni anni.

Per Giuseppe Arleo la terra ha rappresentato per lui l’alternativa all’emigrazione. E quella terrà, cerca di valorizzarla ogni giorno, con il suo lavoro di ricerca di antiche varietà di frutta e di cereali che, altrimenti rischiano di scomparire.

“Ad esempio – racconta lui stesso – di recente sono riuscito a trovare il seme del grano Saragolla. E’ stata una ricerca difficile. E quando l’ho svelato al titolare del mulino di Castronuovo Sant’Andrea, dove mi servo per la macina, mi ha detto che mi avrebbe dato qualsiasi cifra, pur di averlo anche lui”.

Il grano saragolla fu introdotto nell’Italia centrale da popolazioni balcaniche di origine medio-orientale nel 400 dopo Cristo. Il suo  declino comincia alla fine del ‘700 quando le conquiste coloniali e l’incremento demografico provocano l’importazione di grani duri molto produttivi dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L’ibridazione delle spighe, a partire  dall’inizio del XX secolo, ha accentuato la sua emarginazione. Attualmente il saragolla sopravvive solo grazie all’opera di singoli contadini che hanno continuato a seminarlo, come Arleo.

Resiste molto di più ai parassiti e si presta  bene alla coltivazione biologica. E’  nutriente, salutare e altamente digeribile. È particolarmente apprezzato dagli intolleranti ai prodotti del grano comune per la sua bassa quantità di glutine. Ha un alto contenuto di selenio e beta carotene, eccellenti antiossidanti.

Custode della biodiversità: a parte il premio materiale, è il riconoscimento a renderla felice?

Da  alcuni anni l’agenzia Alsia, che si trova in Basilicata ma anche in altre regioni di Italia,  ha cominciato a censire le varie aziende agricole. L’Alsia di riferimento per  l’area di Senise e di tutto il Pollino, ha sede a Rotonda. Con quel censimento sono andati alla ricerca di chi si occupava di  piante autoctone per la frutta, ma anche per la coltivazione di cereali e anche per la zootecnica.

Nella sua azienda cosa hanno trovato di interessante?

Parecchie piante di pero che sono il frutto di innesti che aveva fatto mio nonno. Sono molteplici. Io ne ho censite almeno una decina differenti tra loro nei miei terreni. Da questo censimento poi è nata l’idea di assegnare un premio, ogni anno, agli agricoltori che si occupano di questa salvaguardia. Per il 2020 è toccato a me: il premio mi è stato consegnato pochi giorni fa.

Soddisfatto?
Si, perché ci credo in questa opera di recupero. Da qualche anno ho avviato anche l’attività del paperone di Senise, nella mia azienda agricola. Faccio zootecnia e cerealicoltura. Da tempo ho smesso di coltivare i grani commerciali, quelli da laboratorio. MI occupo di grani antichi, tipo il Senatore Cappelli e quest’anno, per fortuna, sono riuscito a trovare un altro la Saragolla.

Qual è la pianta più preziosa che custodisce, la varietà a cui più tiene?

Un po’ tutto. Ma, può facilmente intuire che, da un po’ di tempo a questa parte, il peperone sta avendo,  a livello economico, ottimi risultati. C’è una grande richiesta da parte dei ristoratori. A questo ho dedicato sia più tempo che più spazio della mia terra. E in questo periodo sto preparando proprio il terreno per la nuova produzione.

Giuseppe lei ha sempre fatto l’agricoltore?

No, ho iniziato già da adulto. Avevo 23 o 24 anni: all’epoca una buona parte dell’azienda era dei miei nonni, una parte di mio padre, l’altra di un fratello, dalla quale l’ho acquistata. Mio nonno era l’agricoltore di famiglia, i miei genitori si occupavano di gastronomia. Avevano un ristorante a Senise. L’hanno tenuto per decenni. A me la ristorazione non è mai piaciuta ed ho trovato nella terra quell’appiglio per non fare come la stragrande maggioranza dei miei amici, che se ne sono dovuti andare via da Senise.

E’ un lavoro che le piace: si fa per passione più che per tornaconto economico….

A qualsiasi agricoltore e coltivatore diretto a cui rivolgi questa domanda, ti risponderà che si fa per passione, non per viverci. Ricordo i primi anni che mi avventurai nell’agricoltura, ero giovane. Frequentavo le sedi dei sindacati di categoria. Ci si trovava almeno una volta al mese per discutere e affrontare i problemi del nostro mestiere. Una volta un signore anziano si avvicinò a me e disse: ricordati che quando andiamo a comprare sono gli altri che  fanno il prezzo di quel che ci serve. E quando vendiamo sono ancora gli altri a fare il prezzo. L’ho tenuta sempre impressa, questa frase. Quasi una lezione. D’altra parte le aree interne come la nostra, sono assai penalizzate in Basilicata. Mancano le infrastrutture, mancano i servizi e i collegamenti. Così ogni cosa costa di più che altrove…

Però, come lei ha detto, economicamente il boom in cucina del peperone, vi ha dato una mano.

Faccio parte del Consiglio di amministrazione del Consorzio del peperone. A me fa un enorme piacere perché ritengo che sia una vera eccellenza, non solo per la nostra regione, ma per l’intero Paese. Non ce ne sono di simili.  Quando chi non lo conosce lo vede per la prima volta fa anche fatica a pensare che sia un peperone. Credono che sia un peperoncino, perché siamo abituati a quello tradizionale, giallo o rosso, ma di forma quadrata… Il nostro è unico, nella forma e nella sostanza. Credo che ci sia ancora grande margine di espansione per questa nostra eccellenza. E noi ci adoperiamo ogni anno di più, per farlo conoscere.

Un’ultima domanda: c’è sensibilità da parte della gente, per le varietà autoctone e antiche che produci, preservi e custodisci?

Altrove sì, ma da noi ce n’è poca. Oggi il consumatore, quando mangia qualcosa di territoriale vuole che gli si racconti quel che sta mangiando. Ogni alimento si porta dietro una storia: altrove sono attenti a questo. Nella nostra zona non c’è questa attenzione. E pensare che erano le nostre ricchezze: cibo e aria. Ma tanti non vanno più alla ricerca delle cose buone. Le faccio un esempio con i salumi. Una volta si andava nelle aziende agricole per ammazzare il proprio maiale e farci i salami. Passata questa abitudine, c’è chi andava in macelleria a prendere la carne per poi farsi a casa i salami. E, per fortuna, i macellai della zona, si rifornivano dalle aziende agricole del posto votate alla zootecnia. Ma, con il passare del tempo si è persa anche questa abitudine. Oggi la gente va a comprare il magro di maiale nei discount, dove si trova a tre euro al chilo…

 

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