Eva Bonitatibus, giornalista, scrittrice e animatrice culturale potentina

Un po’ Charles Dickens, un po’ Selma Lagerlof: ci sono anche questi due letterati, nelle pagine dell’ultima fatica letteraria di Eva Bonitatibus. Sono l’eredità delle sue letture. Perché la lettura è una delle sue grandi passioni. La scrittura pure. Anzi è un mestiere. E poi c’è l’amore per il territorio, per la sua storia, per le tradizioni. Eva Bonitatibus è tutto questo. E tutto questo l’ha condensato in un prezioso libricino “Racconti di Natale” – quattro storie in poco più di novanta pagine – pubblicato da Edigrafema, la casa editrice di Matera.

Eva Bonitatibus è una giornalista potentina. E’ anche autrice, fondatrice  e anima di Gocce d’autore, un’associazione e una rivista web letteraria. Un circolo culturale che da oltre dieci anni si occupa di tante iniziative. Come ad esempio della “raccolta differenziata del libro usato”, di laboratori di scrittura e del treno letterario: piccoli viaggi alla scoperta del paesaggio che ci circonda e che spesso non conosciamo. Il territorio che ritorna, filtrato, spesso, attraverso il racconto dei suoi protagonisti o delle vicende che ha attraversato.

Racconti di Natale, il libro che Eva Bonitatibus ha pubblicato con Edigrafema

Come nascono i “Racconti di Natale”?

E’ un progetto che prende corpo in piena pandemia, quando, com’è accaduto a molti di noi, ho sfogato la mia frustrazione scrivendo. Sono giornalista mi piace scrivere, sono molto appassionata di storia e mi piace leggere tantissimo. In questo libricino, che è piccolo, si tiene nel palmo di una mano, sono condensate tutte quante le mie passioni,  le mie anime.

Ad esempio, la passione per la storia.

Ho cominciato il mio percorso nel mondo del giornalismo dedicando molti servizi giornalistici a personaggi lucani del Novecento. Personaggi che hanno fatto la storia della nostra regione. La storia minima del territorio inserita nella macrostoria del nostro Paese.

Poi, ci sono il gusto e l’amore per la lettura.

In esergo faccio due dediche. Una a Selma Lagerlof,  scrittrice svedese, premio nobel 1909 per la letteratura: di lei ho letto una raccolta di raccontini Natale che sono garbati, deliziosi, raccontano le tradizioni e gli usi e i costumi del popolo svedese. L’altra dedica è a Charles Dickens, il grande scrittore che è il papà dei racconti di Natale. Su questa scia e facendo tesoro delle mie letture di carattere saggistico sulla storia locale, sono nati i racconti di questo libro.

Il tutto unito dal “filo” della scrittura: ma quella giornalistica è differente dalla scrittura di un romanziere…

La scrittura è il mio mestiere: quella della narrativa è diversa da quella giornalistica perché permette di spaziare, di giocare con la fantasia, con i personaggi, con le storie. Diventa uno spazio di libertà o, come in questo caso, uno spazio della memoria, perché recupero fatti storici che sono realmente accaduti e sui quali io ricamo le atmosfere e altre situazioni.

Quattro storie legate al territorio potentino e ai suoi dintorni. E legate dal fatto che riguardano la seconda metà dell’Ottocento. Tutte si verificano nei giorni delle festività natalizie o immediatamente vicine.

Legate anche dal desiderio di raccontare quando il Natale veniva vissuto in semplicità, nell’essenzialità e nei veri valori reali di questa festività. Il primo racconto ricostruisce la leggenda del piccilatiedd, il pane di Natale tipicamente potentino che le donne della nostra città preparavano prima del Natale. Si procuravano una farina molto particolare che è la farina di Carosella, il cui grano era coltivato sulle cime del Pollino. Una farina bianca, molto sottile. La impastavano con mandorle che poi erano utilizzate anche come ornamento, sulla superficie di questo pane fatto a ciambella. E la portavano nei forni a legna pubblici che un tempo c’erano a Potenza lungo la via Pretoria. Ho voluto ricordare questo elemento che riguarda l’identità di questo popolo. Una tradizione che è scomparsa. Ma ho pensato: come a Milano c’è il panettone, da noi c’era il piccilatiedd.

La seconda storia è legata all’arrivo della luce elettrica a Potenza.

Siamo sul finire dell’Ottocento: la città arriva in ritardo a questo appuntamenti con il progresso. E’ un po’ anche la storia di oggi. Durante le mie ricerche nell’Archivio storico mi sono imbattuto in un documento che riguarda un giovane ingegnere che presentò istanza all’amministrazione dell’epoca per poter partecipare al bando di gara per la fornitura di energia elettrica alla città. Fino ad allora i lampioni erano alimentati a petrolio. C’era la figura, assai letteraria, del lampadaio, l’uomo che ogni sera al tramonto accendeva i lampioni. Nel racconto, rifacendomi agli inverni assai nevosi della nostra zona, ho immaginato questi lampioni coperti di neve, che a malapena riescono a illuminare la città Le famiglie chiuse in casa, nei sottani, che sono i bassi potentini, tutti riuniti la sera davanti al braciere, a raccontarsi le leggende. C’era quella del lupo mannaro che faceva molta paura ai bambini e alle donne, perché si diceva che chi nascesse la notte di Natale si sarebbe trasformato in lupo mannaro. Metto in contrasto le luci e le ombre della civiltà di quel tempo. La luce è metafora del progresso e delle mentalità che lentamente si evolvono e progrediscono.

Il terzo racconto parla di un tragico terremoto.

E’ quello che si verificò in Basilicata il 16 dicembre del 1857. L’epicentro fu a Montemurro. Ci furono vittime e danni in tutti i comuni della Val d’Agri e in Campania. Fu ritenuto il più grande terremoto d’Europa: ci furono undicimila vittime. Dopo questo evento nacque la sismologia. Lo racconto perché, sempre facendo le mie ricerche ho trovato che Charles Dickens se ne occupo in un settimanale che lui curava da Londra. Essendo un amante del Meridione, di Napoli soprattutto, seppe di questo tragico evento perché da Londra la Royal society of London inviò un ingegnere irlandese, Robert Mallett, per verificare gli effetti del terremoto disastroso e quindi studiarne gli effetti e approfondire la conoscenza. Dickens s’incuriosì e dedicò alcune pagine del suo settimanale “All the year around” al terremoto lucano. A Potenza ci furono trenta vittime. Il vescovo di allora per Natale non se la sentì di abbandonare le famiglie e decise di celebrare la Messa in una piccola capanna che fece costruire, di fortuna, in mezzo alla piazza. Sempre in seguito a quell’evento, una casata nobile, la famiglia Janora, donò alla chiesa di San Francesco un quadro bizantino del Duecento, una madonna che tutti conosciamo, ancora oggi, come la Madonna del terremoto.

L’ultimo racconto ha come protagoniste le campane.

Sono le campane di Pignola, piccolo centro a due passi da Potenza che, nel mio libro diventa Vigna Piccola, dall’etimo latino da cui deriva il suo nome, Vineola. In paese c’erano degli importanti fonditori di campane, gli Olita. Una tradizione. Un’arte quella campanaria di Pignola: nella cattedrale di Acerenza ancora ne esiste una. Racconto un padre di famiglia che narra ai sei figli le varie fasi della lavorazione del metallo per realizzare le campane e alcune leggende lucane tra quelle raccolte da Carlo Rutigliano, che custodisco gelosamente perché ormai introvabili.

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