C’è un poco di biografia personale, un po’ di fantasia. Ma c’è soprattutto tanta storia della nostra terra: c’è il dialetto, le radici, lo spaesamento, l’emigrazione.

Nell’ultimo lavoro letterario di Pino Rovitto, scrittore di Senise, che vive in Emilia Romagna, “U figghie ra mugghiere ru Merecane (Il figlio della moglie dell’americano)” pubblicato da  EditricErmes, c’è tutto questo e anche di più. C’è il teatro, ci sono le storie dei nostri nonni, ci sono gli intrecci tra le persone e le loro vite. I loro destini. “E’ un testo che io definisco borgesiano”, dice Pino Rovitto, riferendosi allo scrittore argentino Luis Borges. “Perché quelle che racconto sono storie vere, ma anche un po’ irreali. C’è la storia di mio nonno paterno che si mescola con la finzione del romanzo. Ci sono quegli intrecci di vite e destini che richiamano allo scrittore sudamericano”.

C’è un testo antico, teatrale, ritrovato e riadattato con la storia della sua famiglia. Ma, in realtà, ancor prima del ritrovamento di questo testo, tutto parte da una telefonata.

“La chiamata telefonica mi arrivò da un amico, Enzo Spaltro: suo padre era di Senise. Mi disse: dobbiamo fare qualcosa che riguarda le nostre origini. Scriviamo un testo in dialetto. Un testo teatrale nel nostro dialetto. Lo diceva perché sentiva l’esigenza di trovare un appiglio per tornare alle radici. Conclusa quella conversazione mi scattò subito qualcosa. Ritrovai questa commedia, “A mugghiere ru mericane”, scritta in dialetto senisese, fu rappresentata a Senise nel 1931. L’aveva scritta Paolo De Grazia, un geografo e intellettuale di Senise, un personaggio importante ma poco conosciuto. Era un dramma più che una commedia, che affondava nelle storie di tante famiglie del paese. A mugghiere ru mericane era un modo di dire,  in quel periodo di emigrazione, che descriveva quelle donne lasciate al paese dai loro mariti partiti per l’America. In gran parte andavano in Argentina. Successivamente la destinazione erano gli Stati Uniti. Andavano a cercare lavoro e poi, dopo un tempo indefinito, che poteva essere anche di svariati anni, trovata una sistemazione accettabile, chiamavano le loro mogli. Era un fenomeno diffuso. E queste donne in paese erano chiamate le donne dell’americano. Erano donne sole, qualche avventura ci scappava, nonostante in paese il controllo sociale fosse grande. I signorotti del luogo, sapevamo sempre come eluderlo… trovavano il modo per fare le loro storie.

Erano storie diffuse di figli nati fuori dal matrimonio…

Mio nonno era figlio di una signora, che io non ho mai conosciuto e che ebbe due figli extra-matrimonio: mio nonno e suo fratello. Dopo un po’ di tempo il marito che era in America la chiamò. E lei partì. Ma senza i figli: li lasciò piccoli in paese, in pratica abbandonandoli, per raggiungere il marito.

Storie anche dolorose, di abbandoni, di sofferenze…

Se ci penso mi dico… come si fa? Questi bambini sono cresciuti separati. Mio nonno andò in una famiglia, suo fratello in un’altra. Sono cresciuti così. La storia che racconto nel libro è questa. Ho recuperato il dramma di De Grazia, ho rivisto un po’ il dialetto, l’ho collegata alle vicende della mia famiglia paterna. Il padre di mio nonno era uno zio di Enzo Spaltro: questi intrecci, veri e romanzati, che tornano anche nella vita reale mi portano a Borges. E poi c’è il dialetto.

Il racconto è in forma teatrale…

Sì. Prendo spunto dalla vicenda di famiglia. Nel libro mio nonno è in fin di vita e trova la forza di raccontare a suo figlio, che è mio padre, la storia della famiglia. In paese tutti sapevamo, ma nessuno raccontava. A un certo punto il nonno esprime il desiderio di avere un chicco d’uva. Mio padre, curioso di sentire la storia, vuole anche assecondare quest’ultimo desiderio espresso dal suo genitore. Così esce alla ricerca dell’uva. Una ricerca non facile, perché la richiesta arriva a febbraio, fuori stagione. Ma si dà da fare per trovarlo, mentre il nonno racconta le vicende che gli sono capitate. Trovato il chicco d’uva mio padre rientra in tempo per sentire la conclusione della storia, per dare l’ultimo saluto al padre che muore col chicco d’uva in bocca.

Uno dei temi del suo lavoro è il dialetto: un atto di amore verso il primo modo di comunicare dei bambini del nostro Sud. Cosa rappresenta per lei?

Quel che rappresenta per me il senisese l’ho trovato in alcuni versi di Andrea Zanzotto che ho riadattato e che sono diventati l’incipit del libro: Vecchio dialetto, geografia della mia infanzia, ti ritrovo al calar della giornata a ridosso del niente, Ora che stai morendo, ora che stai cadendo indietro, Ora che le tue parole non hanno quasi più voce. Il dialetto è la lingua dell’anima. E’ importante. Per me lo è tantissimo. Ho vissuto per quasi un anno a Berlino, c’era ancora il muro. Ogni settimana dovevo chiamare gli amici o la famiglia, perché avevo la necessità di parlare in dialetto. E’ un bisogno che ho ancora. E’ il modo con il quale noi abbiamo cominciato a nominare le cose…. A dare un nome agli oggetti, ai sentimenti. Abbiamo imparato il mondo in dialetto. E’anche il punto di partenza: da lì vai nel mondo. Un altro tema che tratto nel libro è lo spaesamento. Tutti noi siamo degli spaesati. Ma attenzione, ne do una connotazione positiva, non nostalgica. Si dice che partire è un po’ morire. Ma io sottolineo anche che, a destinazione, poi, c’è la rinascita.

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