La giornalista e scrittrice Antonella Ciervo

Heminghway l’ha fatta e raccontata nei suoi romanzi. Franc Capa l’ha mostrata con le sue foto. In tanti l’hanno descritta con le parole. Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, per citarne solo alcune, vi hanno trovato la morte. Oggi, le guerre, le viviamo davanti alla televisione, spesso in diretta, grazie alla presenza, sul posto, di giornalisti che cercano di trasmettere notizie e sensazioni.

Già, ma loro come la vivono? A questa domanda ha cercato le risposte Antonella Ciervo, pugliese di nascita, lucana d’adozione, da quaranta anni giornalista. Lavora nella redazione materana del Quotidiano del Sud. E, al fianco del mestiere di cronista, coltiva anche un’altra passione, la scrittura: ha al suo attivo tre romanzi e quest’ultimo lavoro letterario “Con i piedi in guerra: vite di uomini e donne che hanno raccontato l’orrore” edito da Edigrafema.

Si tratta di interviste a otto giornalisti che la guerra l’hanno “vissuta addosso”, prima di raccontarla agli altri. E anche dopo. E due esperti della materia: un generale e un docente universitario di diritto ecclesiastico. Sono – come svela la copertina del libro – Stefania Battistini, Asmae Dachan, Gaetano Dammacco, Nancy Porsia, Domenico Quirico, Nello Scavo, Francesco Semprini, Michele Torres, Lorenzo Turi e Leonardo Zellino.

Antonella, come nasce l’idea del libro?

La copertina del libro "Con i piedi in guerra" pubblicato dalla casa editrice Edigrafema
La copertina del libro “Con i piedi in guerra” pubblicato dalla casa editrice Edigrafema

«Sul mestiere di giornalista di guerra si sono scritti racconti e film. Faccio la giornalista da 40 anni e le guerre le ho sempre vissute da telespettatore o da lettore.  E mi sono sempre chiesta chi ci fosse e che vita ci fosse dietro i cronisti di guerra. C’è una letteratura romantica legata al cronista di guerra, li vediamo in elmetto, indossare il giubbotto antiproiettile e via, al fronte. Ma sono persone che hanno famiglie, che lasciano i luoghi in cui vivono per andare nei luoghi dei conflitti, vivono con l’incertezza di non arrivare alla fine della giornata nonostante una serie di tutele.  Ho pensato di raccontarli e ho fatto queste interviste: otto sono giornalisti, altre due interviste sono a un generale e a un docente di diritto ecclesiastico dell’Università di Bari, tenendo sempre come riferimento il racconto della vita dei cronisti. Con il professore mi sono soffermato di più sulle guerre religiose e sul ruolo della chiesa in queste guerre. Quando ho scritto il libro la guerra più attuale era quella dell’Ucraina. In quel momento era significativo e ci si attendeva un ruolo importante da parte della chiesa cattolica. Fermo restando il fatto che i cattolici in Ucraina non sono la maggioranza. Dal generale mi sono fatta raccontare com’è un uomo che lavora in guerra e quali sono i suoi sentimenti, cosa prova quand’è sul posto, cos’è il ritorno alla normalità».

Quello del ritorno a casa è un tema di grande spessore.

«L’idea del ritorno è una domanda che ho posto a tutti i miei interlocutori. E dalle loro risposte si intuiscono tante cose: nella maggior parte dei casi, con il  ritorno scatta il senso di colpa. Sentono di aver lasciato qualcosa nei luoghi dove hanno vissuto il conflitto. La professione, il lavoro passano in secondo piano, prevale l’aspetto umano. Asmae Dachan, che è una  freelance italo-siriana mi ha raccontato, secondo lei, il senso del ritorno legato a un pensiero importante: dall’altra parte c’è chi non può avere la stessa tua libertà che è legata a un passaporto. Per Domenico Quirico il senso del ritorno è anche l’impossibilità di poter rimanere ma la voglia di poter ritornare a raccontare. Accanto c’è l’aspetto psicologico. Queste sono persone che tornano dopo un carico emotivo e psicologico non indifferente: Stefania Battistini ha raccontato che al ritorno bisogna comunque fare ricorso a un aiuto, che sia all’interno della famiglia o psicologico, serve a scaricare una esperienza che non è semplice».

Nell’approccio al racconto, alla vita quotidiana al fronte o al ritorno, c’è una differenza di genere?

«No, da queste interviste è venuto fuori un approccio identico, sia per i giornalisti che per le giornaliste. Ho recepito le stesse sensibilità. Nello Scavo racconta con la stessa emotività di Stefania Battistini le guerre che ha vissuto».

Quando ha proposto ai suoi interlocutori le interviste aveva un obiettivo da raggiungere: il traguardo è stato quello preventivato o i racconti personali le hanno fatto cambiare idea?

«L’idea di partenza è rimasta fino alla fine, non è cambiata. MI ero posta l’obiettivo di raccontare le sensazioni di ognuno degli intervistati rispetto al racconto della guerra. Ed è stato così. Certo che le risposte sono state sorprendenti. Non nascondo che me ne aspettavo alcune ma  ne ho avute altre ancora più belle,  dal punto di vista del libro».

C’è un racconto, un fatto, una situazione che l’hanno fatta fremere, mentre lo raccoglieva?

«Un paio. Queste sono interviste che ho fatto a distanza. Molti di loro erano fuori: la Battistini mi ha risposto mentre passava il confine in Ucraina. Parlava con me ee allo stesso tempo interagiva con i soldati. L’emozione di intervistare Domenico Quirico non posso nasconderla. Ma c’è un aspetto che tengo a sottolineare: una intervista è un rapporto di fiducia che apri con una persona. In questo caso le interviste erano molto intime, personali. Non conoscevo nessuno di questi colleghi: quando li ho contattati, sottoponendogli il mio progetto tutti si sono prestati con la massima disponibilità. Francesco Semprini, che vive a New York si è dovuto svegliare a un orario impossibile per poter interloquire con me. E’ stata una esperienza bellissima. Confortante per lo stato di salute della categoria».

Adesso cosa si aspetta da questo libro: quale ruolo può avere?

«Intanto è un lavoro al quale tengo molto. Ne ho scritti altri tre, in precedenza, erano dei romanzi. Questo è differente. Credo sia importante raccontare questo aspetto  del giornalismo di cui si conosce spesso soltanto la parte più romantica. Per chi conosce questo mestiere solo attraverso la televisione o i giornali, il libro possa dare  una chiave di lettura diversa ma capace di far capire l’atrocità delle guerre e quanto sia importante arrivare alla pace».

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